venerdì 5 agosto 2016

la tragedia di Marcinelle 60 anni fa


Una delle più gravi tragedie minerarie della storia si verificò l’8 agosto 1956, nella miniera di carbone di Bois du Cazier (appena fuori la cittadina belga di Marcinelle) dove si sviluppò un incendio che causò una strage.


Le vittime

262 minatori morirono, per le ustioni, il fumo e i gas tossici. 136 erano italiani. Causa dell’incidente fu un malinteso sui tempi di avvio degli ascensori. Si disse che all’origine del disastro fu un’incomprensione tra i minatori, che dal fondo del pozzo caricavano sul montacarichi i vagoncini con il carbone, e i manovratori in superficie. Il montacarichi, avviato al momento sbagliato, urtò contro una trave d’acciaio, tranciando un cavo dell’alta tensione, una conduttura dell’olio e un tubo dell’aria compressa.

Intrappolati e soffocati

Erano le 8 e 10 quando le scintille causate dal corto circuito fecero incendiare 800 litri di olio in polvere e le strutture in legno del pozzo. L’incendio si estese alle gallerie superiori, mentre sotto, a 1.035 metri sottoterra, i minatori venivano soffocati dal fumo. Solo sette operai riuscirono a risalire. In totale si salvarono in 12.

Il 22 agosto, dopo due settimane di ricerche, mentre una fumata nera e acre continuava a uscire dal pozzo sinistrato, uno dei soccorritori che tornava dalle viscere della miniera non poté che lanciare un grido di orrore: «Tutti cadaveri!».

Ci furono due processi, che portarono nel 1964 alla condanna di un ingegnere (a 6 mesi con la condizionale). In ricordo della tragedia, oggi la miniera Bois du Cazier è patrimonio Unesco.

Rabbia e impotenza 

Quel giorno tante povere donne chiamano invano nomi italiani. Le grida, i pianti, le maledizioni formano un coro tragico finché le donne non hanno più voce e lacrime per piangere. Solo la pietà e l'intuito dell'amore permetteranno, in alcuni casi, di riconoscere i corpi arsi dalle fiamme. Bandiera nera per l'Italia e per i 406 orfani che sempre malediranno Marcinelle. E' in lutto il Paese dei poveri, degli emigranti, "merce di scambio" tra i governi italiano e belga che nel '46 firmarono l'accordo "minatori-carbone": l'Italia forniva manodopera (47mila uomini nel '56) in cambio di carbone.

Una vita disperata 

Partiti da casa con un fiasco di Chianti e tre pacchetti di sigarette, sono inchiodati sotto un cielo perennemente grigio di fumi bassi, un paesaggio da "Cittadella" di Cronin, pavé nero e sconnesso, un lavoro che abbrutisce e a stento sfama, il grisou in agguato, i mucchi di scorie come nere sentinelle, umide baracche come case con appiccicate le cartoline illustrate di paesi col campanile in mezzo e la campagna attorno, un bicchiere di vino cattivo e una voglia disperata del sole di casa. In Belgio si muore di grisou, di fuoco, di mancanza di sicurezza nei pozzi, ma si muore anche più lentamente, senza accorgersene, di carbone che entra nei polmoni, di birra, di fatica, di nebbia, di muffa, di nostalgia. Vite vendute per un sacco di carbone.


Immigranti

La tragedia della miniera di carbone di Marcienelle è soprattutto una tragedia degli italiani immigrati in Belgio nel dopoguerra. Tra il 1946 e il 1956 più di 140mila italiani varcarono le Alpi per andare a lavorare nelle miniere di carbone della Vallonia. Era il prezzo di un accordo tra Italia e Belgio che prevedeva un gigantesco baratto: l’Italia doveva inviare in Belgio 2mila uomini a settimana e, in cambio dell’afflusso di braccia, Bruxelles si impegnava a fornire a Roma 200 chilogrammi di carbone al giorno per ogni minatore.

Il nostro Paese a quell’epoca soffriva ancora degli strascichi della guerra: 2 milioni di disoccupati e grandi zone ridotte in miseria. Nella parte francofona del Belgio, invece, la mancanza di manodopera nelle miniere di carbone frenava la produzione. Così si arrivò al durissimo accordo italo-belga.


MEMORIE DAL SOTTOSUOLO

video con la ricostruzione dell'incidente



LU TRENU DI LU SULI


di Ignazio Buttitta



le migrazioni ieri e oggi
 "Le persone che lasciano la loro terra, le loro case, la loro famiglia, la propria identità sono costrette a farlo. Non per turismo, non si fanno gite, non si fa a cuor leggero. I migranti, i rifugiati sono costretti ad andare via perché nessuno può vivere sotto i bombardamenti, nessuno può vivere con la minaccia dei tagliagola dell'Isis". L.B.

domenica 10 luglio 2016

sull'impossibile razzismo americano ed europeo

«Il grembo dell'America è pronto ad accogliere non solo lo straniero ricco e rispettabile, ma anche gli oppressi e i perseguitati di ogni nazione e religione; a costoro dovremmo garantire la partecipazione ai nostri diritti e privilegi, se con la loro moralità e condotta decorosa si mostrano degni di goderne».

George Washington, primo presidente degli Stati Uniti d'America


Il principio di uguaglianza e tolleranza che ha permesso la nascita della civiltà statunitense e così magistralmente espresso dal suo primo presidente, non sembra sopravvivere di fronte agli episodi sempre più frequenti di razzismo, xenofobia, intolleranza. Sembra impossibile che questo accada,incomprensibile quanto ci stiamo allontanando tutti da ciò che per secoli abbiamo faticosamente edificato

Per capire meglio quanto sia importante non dimenticare l'origine della civiltà americana (USA) e le relazioni con quella europea, anch'essa sempre più smarrita e confusa quanto ai propri capisaldi morali e sociali, proponiamo un post da 





mercoledì 29 giugno 2016

laboratorio in aula




post della prof.ssa Giuseppina Borzì

L’apprendimento della storia e la comprensione ragionata del senso degli eventi e delle loro eredità necessita non solo del lavoro d’aula ma anche di un ambiente laboratoriale, in cui gli studenti, in forma organizzata, possano liberamente ricercare, confrontarsi, mettere in comune le loro abilità e competenze per delle produzioni personali e di gruppo che, rafforzando la motivazione e la naturale curiosità, restituiscano gli scenari storici, si rispecchino in essi, ne traggano elementi  di confronto, di continuità o di rottura con il loro vissuto e il loro tempo.



I seguenti lavori di sintesi storica sono scaturiti dall’attività laboratoriale d’aula, realizzata nel corso dell’anno scolastico 2015-2016, da due classi quarte, sezioni  A – E, del Liceo Scientifico Leonardo di Giarre da me seguite. L’attività è stata svolta per gruppi disomogenei, in ciascuna classe separatamente, ma con modalità analoghe. La presenza per un mese nella sezione A di uno studente di  Intercultura australiano è stata  vissuta come un’ ulteriore risorsa per  la produzione orale, anche in lingua inglese per la classe e in italiano per il gradito ospite.  Ma anche nell’altra classe la produzione è stata bilingue.

In particolare, attraverso i singoli momenti di presentazione, curati e realizzati da ciascun componente e dal gruppo nel suo insieme, sono stati focalizzati, attraverso la mappatura, le conoscenze storiche apprese precedentemente sul manuale, i nodi significativi del senso e della portata storica degli eventi, l’esplorazione e l’uso di fonti, alle quali gli studenti hanno avuto accesso anche attraverso i siti specializzati e gli archivi documentari della rete.  È stata anche realizzata una registrazione audio-video della performance con lo scopo di abituare gli studenti a proporre contributi a tempo chiari, formali, a disposizione di tutti, utili anche per il riapprendimento personale e la verifica dei punti di forza e di debolezza.


I prodotti singoli e di gruppo sono stati valutati secondo una griglia di riferimento atta a valorizzare sia le conoscenze che le abilità multimediali. Gli esiti, in scala decimale, sono stati trascritti sul registro elettronico.

CLASSE 4 A










CLASSE 4 E






sabato 25 giugno 2016

ai giovani europei

Venerdì 24 giugno 2016 la Gran Bretagna esce dall'Unione europea per l'esito del referendum popolare.
Per quanto storicamente euroscettica, la nazione inglese sorprende con questo risultato tutti e solleva riflessioni, preoccupazioni, allarmi di vario genere.

Mario Calabresi scrive subito dal suo giornale una lettera ai giovani europei.
Un dovere, innanzitutto. Una speranza e un incoraggiamento come scopo. Un chiarimento storico e morale alla base.
Eccola.



Cari ragazzi europei, siete nati in un continente di pace, non avete mai visto la guerra sotto casa, siete cresciuti senza frontiere, progettando di studiare in un altro Paese, fidanzandovi durante l’Erasmus, scambiando messaggi con gli amici sulle occasioni per trovare lavoro o sui voli meno costosi per vedere un concerto.


Non importa se siete nati a Cardiff, a Bologna, a Marsiglia a Barcellona o a Berlino, oggi le paure dei vostri genitori e dei vostri nonni hanno deciso che la Gran Bretagna tornasse ad essere un’isola, che voi diventaste stranieri dall’altra parte della Manica.




I vostri nonni, che sanno cosa è stata la guerra, dovrebbero avere a cuore un futuro di libertà per voi, ma insieme ai vostri genitori si stanno lasciando incantare da chi racconta che rimettere muri, frontiere, filo spinato servirà a farci vivere più tranquilli, sicuri e sereni. Che tornare ad avere ognuno la propria moneta riporterà lavoro, prosperità e futuro.




Vi stanno raccontando che la democrazia diretta e i sondaggi in tempo reale risolvono magicamente i problemi, che esistono sempre soluzioni semplici e a portata di mano, che non c’è più bisogno di esperti e competenze, che la fatica e la pazienza non sono più valori, che smontare vale più di costruire. Il continente è malato, ma la febbre di oggi è la semplificazione, l’idea che sia sufficiente distruggere la casa che ci sta stretta per vivere tutti comodamente. Peccato che poi restino solo macerie.




Aprite gli occhi, guardate lontano e pretendete un’eredità migliore dei debiti. Vogliamo avere pace, speranza e libertà, non rabbia, urla e paure.




Tappatevi le orecchie, non ascoltate gli imbonitori e pretendete politici umili, persone che provino a misurarsi con la complessità del mondo e siano muratori e non picconatori. 




Segnatevi sul calendario la data di ieri, venerdì 24 giugno 2016, e cominciate a camminare in un’altra direzione, a seminare i colori e le speranze.




Una ragazza inglese che ha votato sì, ma non è riuscita a convincere suo padre e suo zio a fare lo stesso, ieri ha promesso ai suoi amici europei, con una voce tremante che mescolava imbarazzo e rabbia: “Verrà il nostro turno della nostra generazione e allora torneremo”. Ci contiamo.








sabato 18 giugno 2016

Jo Cox, il coraggio della non violenza

Nata il 22 giugno del 1974, Helen Joanne Cox, per amici, compagni di partito, elettori e avversari semplicemente "Jo", crebbe nel Batley & Spen, il collegio elettorale nel West Yorkshire che la volle in Parlamento nel 2015. Il più prestigioso traguardo di una vita che l'aveva vista venti anni prima arrivare alla laurea, unica nella sua famiglia, in studi politici e sociali, a Cambridge nel 1995. Una carriera dispiegatasi in un impegno, in tutto il mondo, a sostegno di campagne umanitarie e attività di beneficenza per combattere la povertà, la sofferenza e la discriminazione. Del suo impegno hanno usufruito, tra le altre, organizzazioni come Oxfam, Save The Childern e la National Society for the Prevention of Cruelty to Children.





Impegnata da sempre nel sociale e attivista per i diritti delle minoranze e delle donne, Jo Cox, presidente del Labour Women’s Network, per quattro anni  aveva incoraggiato sempre più donne a entrare in politica e a farsi coinvolgere nel pubblico. Nel periodo immediatamente precedente alla sua elezione in Parlamento, Jo collaborava con la Bill and Melinda Gates Foundation, per l'accesso all'istruzione e alla sanità nelle aree critiche del pianeta, e con il citato Freedom Fund, focalizzato sul contrasto delle moderne forme di schiavitù. Ma era anche presa nel dare impulso a UK Women, un nuovo istituto di ricerca dedicato a migliorare la comprensione delle prospettive e delle necessità delle donne del Regno Unito. Co-presidente del gruppo parlamentare trasversale Friends of Syria, si era astenuta dal voto sull'adesione militare britannica alla Coalizione internazionale in polemica con l'assenza di un approccio complessivo alla crisi che includesse necessariamente anche il dialogo con il dittatore Assad. Era inoltre membro dei gruppi della Camera dei Comuni al lavoro su temi di grande respiro come Palestina, Pakistan, Kashmir, come sulle questioni che riguardavano il suo territorio, devolution e sviluppo dell'economia regionale nello Yorkshire. Qui qualcuno ha voluto porre fine alla sua corsa. 

E' questo il ritratto di Jo Cox, la deputata britannica laburista assassinata nei giorni scorsi da Thomas Mair, un simpatizzante del neonazismo. Una vita divisa tra impegni pubblici e privati che l'hanno portata spesso per le strade e vicino alla gente. Gli ultimi giorni Cox li ha spesi sostenendo la causa del "no" all'uscita della Gran Bretagna dall'Europa

Thomas Mair, l'uomo che ha ucciso Jo Cox urlando 'Britan first', era un sostenitore dei neonazisti americani. Comprò nel 1999 da Alleanza Nazionale, l'organizzazione neonazista Usa, un manuale con istruzioni su come costruire una pistola. Le notizie si basano sulle fatture di acquisto. Per Southern Poverty Law Center, Mair era "un impegnato sostenitore" di National Alliance, un movimento politico razzista (per la superiorità, sostengono, della "razza bianca"), e antisemita, seguito da 2500 simpatizzanti, che risulta aver cessato le attività nel 2013.



Spuntano anche sospetti di un legame fra Mair e un gruppo suprematista bianco, visceralmente ostile all'Europa e simpatizzante del vecchio apartheid sudafricano. Ne scrive oggi l'Independent online. Il gruppo in questione si chiama Springbok Club e Mair risulta iscritto da 10 anni nel database della rivista online, la Springbok Cyber Newsletter.


Con questo assassinio, ancora una volta l'odio e la violenza prendono il sopravvento sulla ragionevole e generosa costruzione di un mondo migliore, più giusto, rispettoso e tollerante,

Non lasciamo che siano semi destinati a dare frutti rigogliosi. Lavoriamo ogni giorno per estirparli con le buone pratiche, il coraggio e l'impegno di tutti

venerdì 17 giugno 2016

SUL NOVECENTO

Secolo breve o epoca lunga? Il dibattito sui caratteri del Novecento è ancora aperto, così come quello sulle fasi e gli effetti della globalizzazione.

Il prof. Federico Nicotra ne ha parlato con gli studenti del corso di potenziamento di Storia, da lui condotto quest'anno per gli studenti delle quinte del Liceo Leonardo.

Entriamo insieme nel dibattito:








lunedì 6 giugno 2016

la ricchezza delle migrazioni

Oggi voglio segnalare una bella pagina di analisi storica, pubblicata da Repubblica e riportata dall'amico Francesco Virga nel suo poliedrico  blog CESIM


Lo storico  Adriano Prosperi ci propone una lettura molto interessante delle migrazioni forzate tra Cinquecento e Seicento. Ingenti masse di ebrei, moriscos, ugonotti, calvinisti furono costrette a lasciare i loro paesi d'origine per l'intolleranza religiosa dei rispettivi sovrani. Accolti poi da nazioni più tolleranti nonchè lungimiranti, hanno dato vita a dinamiche economiche e culturali di straordinario spessore, portando altrove ricchezza, civiltà, sviluppo. Erano certo tempi diversi ma fa riflettere molto che quella che all'epoca  si era  prospettata inizialmente come una tragedia aprì le porte ad un mondo diverso.


Oggi questo "altrove" è nel modo occidentale. Chiuderlo non è solo impresa impossibile ma anche storicamente contraddittoria e penalizzante. Come appunto precisa Adriano Prosperi nel suo articolo.


di Adriano Prosperi