sabato 29 ottobre 2011

Voci di dissenso nell' Italia giolittiana



post di Rosita Cipolla, classe 5 C





post di Alessandra Catalano, classe 5 C



post di Oriana Sturiale, Ramona Scoglio, Giulia Novellini, classe 5 B 

mercoledì 19 ottobre 2011

GIOVANNI GIOLITTI AL GOVERNO


IL GOVERNO DI GIOVANNI GIOLITTI (1903-1914)

post di Ramona Scoglio, 5 B



Giolitti bifronte, vignetta

dal Corriere della Sera


L'EMIGRAZIONE TRANSOCEANICA

video con testimonianza

post di Giuseppe Palazzolo e Giovanna Leotta, 5 B



IL GOVERNO DEVE INCORAGGIARE L'EMIGRAZIONE IN MESSICO

da La Stampa del 30 ottobre 1910

 post di Chiara Puglisi, classe 5 C

Ostilità e diffidenza verso gli emigrati italiani

post di Alessia Leotta, classe 5 C


PREPARATIVI PER LE PRIME ELEZIONI A SUFFRAGIO UNIVERSALE MASCHILE

da La Stampa del 25 febbraio 1913

post di Paola Di Mauro, classe 5 C

LA RIFORMA ELETTORALE E' STATA APPROVATA!

da La Stampa del 26 maggio 1912

post di Tiziana Tornabene, classe 5 C

E' il 1975: votano i diciottenni!

post di Marilenia Miano, classe 5 C


L'TALIA IN CERCA DI COLONIE

post di Alessandra Catalano, classe 5 C

BILANCIO DELLA POLITICA COLONIALE ITALIANA

post di Miriam Carbone, classe 5 B

LA RERUM NOVARUM

post di Nella Casabella, classe 5 C

LA POLITICA SOCIALE DELLA CHIESA E LA RERUM NOVARUM

post di Clarissa Buccheri, classe 5 B

EMIGRANTI

post di Vanessa Garufi, classe 5 C

sabato 15 ottobre 2011

Conferenza NIAWA, Sydney

Giovani italiani alla Conferenza dell’Associazione Donne Italo-Australiane
Sydney, sabato 15 ottobre

“I nuovi emigranti”, non con i bauli, ma con la stessa determinazione a costruirsi un futuro in Australia.







La storia si ripete. Oggi, come tra la fine del 1800 e la metà degli anni Settanta del secolo scorso, chi può, dall’Italia scappa! Non più con i bauli e con la nave, ma questo non conta. I risvolti sociali, economici e psicologici non sono molto dissimili. Scelgono gli Stati Uniti, il Canada, il Nord Europa, ma soprattutto l’Australia, dove sono disposti a giocarsi qualsiasi carta pur di rimanervi e realizzarsi. L’Australia ritorna ad essere il paese delle opportunità. Ma chi sono i “nuovi emigranti?”. Certamente non i contadini e gli operai che numerosi fuggirono dall’Italia alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Sono giovani con un bagaglio accademico di tutto rispetto. Hanno in tasca un diploma, una laurea, spesso due lauree, e talvolta anche un dottorato di ricerca. Si sono formati in un sistema scolastico e universitario che, almeno fino ad alcuni anni fa, non aveva nulla da invidiare ad altri paesi. Anzi, era un esempio di eccellenza.
Bravi, preparati, al passo con la tecnologia e …disoccupati!
Da alcuni anni l’Italia ha smesso di offrire loro speranze di una realizzazione professionale e un futuro. Per tirare a campare devono contare sui genitori e sui nonni. Una volta li chiamavamo ironicamente ‘mammoni’. Oggi non più. Non rimangono a casa per stare attaccati alla gonnella della mamma, ma perchè l’indipendenza economica è un miraggio. I più fortunati riescono a fare lavori saltuari, magari in Call Centres, guadagnando meno di 500 euro al mese. Vivono per anni una condizione di umiliante precarietà.
Non era mai successo che una generazione versasse in condizioni peggiori di quella precedente.
Ma che cosa è successo in Italia? Cosa ha determinato una situazione così difficile? Quali sono le conseguenze sul piano sociale ed economico di una fuoriuscita così ingente di giovani talenti? Perchè hanno scelto proprio l’Australia? Cosa sta facendo l’Australia per accoglierli?
Di tutto questo e di molto altro si parlerà alla conferenza organizzata a Sydney dall’Associazione Nazionale Donne Italo-Australiane sabato 15 ottobre. Alcuni giovani italiani condivideranno le loro esperienze, ci faranno toccare con mano la situazione italiana di oggi, la loro condizione di new migrants, le loro speranze, le loro disillusioni, le loro paure, le loro impressioni su questo grande Paese. Saranno proiettati alcuni segmenti del film Generazione 1000 Euro di Massimo Venier. 
Per informazioni telefonate allo 0409022473, o email: info@niawa.org  o consultate il sito http://www.niawa.org/







Roma, 16 ottobre 1943

Nella storia dei nostri centocinquant'anni di italiani ci sono anche molte pagine drammatiche, di quelle che vorremmo non avere mai scritto neanche solamente nel puro pensiero. Il 16 ottobre 1943 è a Roma un giorno terribile. Un migliaio di ebrei vengono prelevati dalle loro abitazioni nell'ex ghetto e deportati ad Auschwitz, senza una ragione, senza aver commesso alcuna colpa. Semplicemente perchè i tedeschi ancora presenti nella capitale li ritengono doppiamente responsabili. Dirà il maggiore Kappler che andavano puniti sia perchè italiani, e dunque traditori (l'armistizio era stato da poco firmato a Cassibile), sia perchè ebrei, e dunque secolari nemici della Germania.
Solo sedici di loro torneranno a casa alla fine della guerra, quindici uomini e una sola donna, per essere esatti. E' un dovere ricordare quanto è accaduto, cosa la "banalità del male" è stata capace di creare nel vuoto di valori reali: morte, distruzione, disumanizzazione, orrore incomparabile.
Giacomo Debenedetti ha dedicato all'evento  il suo "16 ottobre 1943". Ne riportiamo un passo dalle ultime pagine, ogni commento qui è assolutamente superfluo, il dramma è assoluto, totale.

"Verso l’alba del lunedì, i razziati furono messi su autofurgoni e condotti alla stazione di Roma-Tiburtino, dove li stivarono su carri bestiame, che per tutta la mattina rimasero su un binario morto. Una ventina di tedeschi armati impedivano a chiunque di avvicinarsi al convoglio.
Alle ore 13,30 il treno fu dato in consegna al macchinista Quirino Zazza. Costui apprese quasi subito che nei carri bestiame "erano racchiusi" – così si esprime una sua relazione- "numerosi borghesi promiscui per sesso e per età, che poi gli risultarono appartenenti a razza ebraica".
Il treno si mosse alle 14. Una giovane che veniva da Milano per raggiungere i suoi parenti a Roma, racconta che a Fara Sabina (ma più probabilmente a Orte) incrociò il "treno piombato", da cui uscivano voci di purgatorio. Di là dalla grata di uno dei carri, le parve di riconoscere il viso di una bambina sua parente. Tentò di chiamarla, ma un altro viso si avvicinò alla grata, e le accennò di tacere. Questo invito al silenzio, a non tentare più di rimetterli nel consorzio umano, è l’ultima parola, l’ultimo segno di vita che ci sia giunto da loro.
Nei pressi di Orte, il treno trovò un semaforo chiuso e dovette fermarsi per una decina di minuti. "A richiesta dei viaggiatori invagonati"- è ancora il macchinista che parla - alcuni carri furono sbloccati perchè "chi ne avesse bisogno fosse andato per le funzioni corporali". Si verificarono alcuni tentativi di fuga, subito repressi con una nutrita sparatoria.
A Chiusi, altra breve fermata, per scaricare il cadavere di una vecchia, deceduta durante il viaggio. A Firenze il signor Zazza smonta, senza essere riuscito a parlare con nessuno di coloro a cui aveva fatto percorrere la prima tappa verso la deportazione. Cambiato il personale di servizio, il treno proseguì per Bologna.
Né il Vaticano, né la Croce Rossa, né la Svizzera, né altri stati neutrali sono riusciti ad avere notizie dei deportati. Si calcola che quelli del 16 ottobre ammontino a più di mille, ma certamente la cifra è inferiore al vero, perchè molte famiglie furono portate via al completo, senza che lasciassero traccia di sé, né parenti o amici che ne potessero segnalare la scomparsa".
Novembre 1944

Giacomo  Debenedetti, op. cit. pp. 62-64.




martedì 11 ottobre 2011

GAETANO MARTINO 1900-1967

E' stato presentato oggi a Roma nella Sala della Lupa, alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il volume di Marcello Saija e Angela Villani GAETANO MARTINO 1900-1967, dedicato allo statista siciliano, antifascista liberale vice presidente della Camera dei Deputati nel 1948. Protagonista del rilancio europeo a metà degli anni Cinquanta, Martino, all'epoca Ministro degli Affari esteri, è il promotore della Conferenza di Messina, a cui partecipano i ministri degli Esteri della Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio (CECA), tenutasi a Messina (in casa sua) dal 1º giugno al 3 giugno 1955. «Siamo tutti ansiosi di estendere sempre più la nostra integrazione... Mi auguro che in questa Conferenza aggiungeremo un'altra pietra alle fondamenta della costruzione europea», dichiara Martino in apertura dei lavori, dando un forte segnale per riprendere la via dell'integrazione, cominciando da quella economica. In meno di due anni si arriva alla firma dei Trattati di Roma e il ministro Martino guida la delegazione italiana per la stesura e la firma dei Trattati di Roma. Come ministro degli Esteri il 13 novembre 1956, pronuncia un discorso all'Assemblea generale delle Nazioni Unite, un anno dopo l'ammissione dell'Italia all'ONU. È il primo discorso di un ministro italiano all'Assemblea ONU. Martino è stato anche nel 1956 Presidente del comitato dei tre «saggi» della NATO (i ministri degli esteri di Norvegia, Italia e Canada) autori del rapporto sui compiti dell'Alleanza Atlantica nella sfera civile. Lasciata la Farnesina nel 1957, è rieletto nel 1958 alla Camera. Nel 1960 e nel 1961 è Capo della delegazione parlamentare italiana alla XV e alla XVI Assemblea generale dell'ONU a New York e, dal 1962 al 1964, Presidente del Parlamento Europeo. Torna alla Camera nel 1967 dove resta fino alla morte.



venerdì 7 ottobre 2011

DESTRA E SINISTRA STORICA

I PROBLEMI DELL'UNITA' ITALIANA




mappa con video, 5'

Con la nascita del primo Parlamento nazionale e con l'avvio del primo governo, dalla primavera del 1861 l'Italia inizia a prendere forma istituzionale, giuridica e politica.

Uomini di estrazione aristocratica e borghese si impegneranno nella costruzione di un tessuto unitario del paese all'interno dei due schieramenti della Destra e della Sinistra Storica.  Le loro scelte, le loro strategie e i risultati da loro conseguiti rispondevano ad una formazione che era avvenuta negli anni del primo Risorgimento e che aveva visto, in quel movimento (di pochi, di tanti? ancora la storiografia si cimenta nella sua quantificazione reale) che aveva attraversato la penisola da nord a sud per afferrare anche le isole, la possibilità di una svolta, di un cambiamento. Tuttavia, come lo storico Romanelli sottolinea, "nel corso del Risorgimento non si erano verificati quei fenomeni che spazzano via i poteri costituiti per fondarne di nuovi, come una sollevazione di popolo o una decisa conquista militare, né si era posto mano, con l'unità, a un'azione costituente. L'adozione di un ordinamento che regolasse i rapporti tra centri e periferie del nuovo Regno dovette perciò tener conto non soltanto dei problemi legati all'inserimento non rivoluzionario delle società locali nel nuovo ambito nazionale e alla loro aumentata distanza dal nuovo centro – fosse esso Torino, Firenze, e infine Roma – ma anche di quelli che già rendevano complessi i rapporti tra periferie e centri all'interno dei vecchi Stati(...)Mancando dunque sia un'autonoma spinta alla fusione, sia una decisa volontà conquistatrice, si dette vita a un ordinamento allo stesso tempo accentrato, perché sospettoso dell'autonomo potere della periferia, e debole, perché poco convinto delle proprie capacità progettuali"
Questa premessa aiuta a capire meglio gli interventi dei governi in carica, certo importanti e significativi ma non sempre efficaci nel cogliere e valorizzare le varie realtà economico-sociali del Paese, dove il Nord e il Sud, provenienti da antiche e diversissime esperienze amministrative, si trovavano adesso trascinati nella costruzione di un tessuto unitario. D'altronde, come sottolineava nel 1929 Benedetto Croce, " il piemontesismo, per effetto del trasferimento della capitale prima a Firenze e poi a Roma, per l'afflusso d'impiegati da ogni parte d'Italia e per il rimescolamento tra essi, passò, e con esso caddero molti dei malumori contro l'accentramento. Il quale non dové pesare troppo, né essere troppo disforme dall'indole e dai modi di vita delle popolazioni, se la polemica in proposito rimase dottrinale e non si concretò mai in chiare e urgenti richieste di riforme e le parole «decentramento» e «autonomia» riecheggiarono nei programmi dei vari partiti come un ritornello che si ripeteva e al quale nessuno prestava fede e dava un senso determinato". La questione meridionale in questo quadro generale era inevitabile e destinata a segnare la nostra storia nazionale.
Visti gli ultimi dati sulla produzione, sull'occupazione e sugli spostamenti dei giovani  in Italia, non si può certo ritenere certamente  risolta.

Cerchiamo di conoscere meglio l'attività dei primi governi italiani

 DESTRA E SINISTRA STORICA


post di Miriam Carbone
classe 5 B

UNA CARICATURA DI FRANCESCO CRISPI




post di Giovanna Leotta, 5 B


LA POLITICA ECONOMICA DELLA DESTRA

post di Giulia Sgroi, 5 C

LA POLITICA ECONOMICA DELLA SINISTRA

post di Marilenia Miano, 5 C


LE RIFORME DI AGOSTINO DEPRETIS

post di Rosita Cipolla, 5 C

IL TRASFORMISMO

post di Nella Casabella, 5 C

FRANCESCO CRISPI

post di Chiara Puglisi, 5 C


post di Ramona Scoglio, 5 B

LA QUESTIONE MERIDIONALE

post di Alessia Leotta, 5 C

LA LEGGE ELETTORALE DEL 1882

post di Vanessa Pennisi, classe 5 C

I FASCI SICILIANI

post di Vanessa Garufi, classe 5 C

LIBERISMO E PROTEZIONISMO

post di Paola Di Mauro, classe 5 C

L'ISTRUZIONE NEL PERIODO POST-UNITARIO

post di Tiziana Tornabene, classe 5 C

DESTRA E SINISTRA

i simboli dell'unità:

Scritto nell'autunno del 1847 dall'allora ventenne studente e patriota Goffredo Mameli, musicato poco dopo a Torino da un altro genovese, Michele Novaro, 

il Canto degli Italiani nacque in quel clima di fervore patriottico che già preludeva alla guerra contro l'Austria. L'immediatezza dei versi e l'impeto della melodia ne fecero il più amato canto dell'unificazione, non solo durante la stagione risorgimentale, ma anche nei decenni successivi. 

Non a caso Giuseppe Verdi, nel suo Inno delle Nazioni del 1862, affidò proprio al Canto degli Italiani - e non alla Marcia Reale - il compito di simboleggiare la nostra Patria, ponendolo accanto a God Save the Queen e alla Marsigliese. 

Inserito dal Quirinale tra i simboli della Repubblica, 

l'inno nazionale è  insieme un  grido di speranza e un appello accorato all'unione nazionale che due giovani patrioti genovesi, Goffredo Mameli (appena ventenne all'epoca) e Michele Novaro, rivolsero ai "fratelli" con cui si apprestavano a costruire l'Italia.

Dal 12 Ottobre 1946 l’Inno di Mameli è divenuto l’inno nazionale della Repubblica Italiana



Nell'Italia del 1796, attraversata dalle vittoriose armate napoleoniche, le numerose repubbliche di ispirazione giacobina che avevano soppiantato gli antichi Stati assoluti adottarono quasi tutte, con varianti di colore, bandiere caratterizzate da tre fasce di uguali dimensioni, chiaramente ispirate al modello francese del 1790.
E anche i reparti militari "italiani", costituiti all'epoca per affiancare l'esercito di Bonaparte, ebbero stendardi che riproponevano la medesima foggia. In particolare, i vessilli reggimentali della Legione Lombarda presentavano, appunto, i colori bianco, rosso e verde, fortemente radicati nel patrimonio collettivo di quella regione:: il bianco e il rosso, infatti, comparivano nell'antichissimo stemma comunale di Milano (croce rossa su campo bianco), mentre verdi erano, fin dal 1782, le uniformi della Guardia civica milanese.