giovedì 22 dicembre 2011

Il Natale del 1914

Siamo in piena guerra mondiale. L'arrivo del Natale spinge tuttavia i soldati nelle trincee ad una tregua spontanea: accogliere un desiderio di pace e fraternizzare col nemico.
Ecco alcune testimonianze tratte dalla "Storia della pace" disponibile sul sito di PeaceLink


“A Natale sui campi di battaglia sbocciò spontaneo un sentimento di pace, mentre le truppe di tutti gli eserciti europei celebravano la nascita del Salvatore. Da cinque mesi combattevano con crescente asprezza, ma improvvisamente, quando venne la sera della vigilia, in vari punti del fronte per un po’ le armi tacquero. «Cominciammo a parlare con i tedeschi: chiedevano una tregua per il periodo natalizio», scrisse nel diario del suo battaglione un tenente venticinquenne delle guardie scozzesi, Sir Edward Hulse”.

Accadde che i rispettivi nemici che fino ad allora erano rimasi rintanati nelle proprie trincee ne uscirono fuori e, amichevolmente, ci fu uno scambio di ricordi. Le due parti si accordarono inoltre per la sepoltura dei morti. Il tutto avvenne nel massimo della solennità. Nella terra di nessuno i soldati si incontrarono e si aiutarono a vicenda: c’era chi aiutava a seppellire i morti, chi si scambiava parole, ricordi e persino dolci. Gli inglesi offrirono ai tedeschi il loro budino natalizio, che fu molto apprezzato.

Prosegue lo storico  Martin Gilbert:
"Vi fu infine, in quello strano giorno, un cantare generale di canzoni tipiche natalizie. I tedeschi intonarono Die Wacht Am Rhein e Christians Wake! gli inglesi. Tutto ciò sembrava molto bello ma, quando l’alto comandante inglese Sir John French venne a sapere che i soldati fraternizzavano, diede ordine di vietare qualsiasi altra manifestazione del genere facendo in modo che la cosa non si ripetesse. Sir John French era stato molto duro anche nei giorni precedenti quando aveva dato l’ordine di far fuoco su qualsiasi bandiera bianca avesse fatto la sua comparsa sul fronte occidentale.

Le tregue spontanee non piacevano ai comandi militari e, riporta lo storico Martin Gilbert, furono intensificati i controlli:
“La tregua natalizia “scoppiata” spontaneamente sul fronte occidentale nel 1914 non ebbe una replica nel 1915 (…) La vigilia di Natale, nei pressi di Wulvergem i tedeschi innalzarono sul parapetto della prima linea un albero illuminato dalle candeline. L’albero non ebbe vita lunga. «Per qualche istante le fiammelle ondeggiarono nell’oscurità, finché un ufficiale inglese non ordinò di sparare a volontà e l’albero fu distrutto», riporta lo storico Lyn Macdonald. Anche il giorno di Natale non fu molto differente: cinque scariche veloci all’alba e qualche altro colpo per tutto il giorno. Alcune batterie lanciarono fino a trecento granate. «Erano quelli gli ordini. Sono convinto che lo scopo fosse di impedire ai soldati di fraternizzare», annotò il caporale D. A Pankhurst della regia artiglieria inglese".
Gli alti comandi erano infatti preoccupati per i ripetuti episodi nei quali i soldati “nemici” avevano fraternizzato. Interessantissimo è un caso narrato da Philip Gibbs che risale al novembre del 1915 quando le piogge avevano trasformato le trincee in torrenti. L’acqua arrivava al ginocchio, in qualche caso fino alla cintola. Gibbs, già corrispondente dal fronte, nel suo libro Realities of War (pubblicato nell’immediato dopoguerra) raccontò che i soldati tedeschi
“non potendone più dei disagi, si issarono faticosamente sui parapetti scivolosi e si sedettero ad asciugare le gambe, gridando: «Non sparate! Non sparate!». I nostri non spararono. Si sedettero anch’essi ad asciugare le gambe, sorridendo”.

domenica 18 dicembre 2011

La Grande Guerra nella satira politica di Scalarini

post di Alessandra Catalano classe 5 C

Giuseppe Scalarini, creatore della vignetta satitica politica in Italia,  nasce a Mantova il 29 gennaio 1873. Manifesta un precoce interesse per l’arte e il disegno e tiene la sua prima mostra a Mantova nel 1890; in questa occasione conosce il coetaneo, futuro socialista e capo del governo, Ivanoe Bonomi, con cui fonda nel 1891 la Società Letteraria.  A Mantova, il primo novembre 1896, fonda con altri amici il Merlin Cocai, settimanale di impronta radicale e socialista. Il primo maggio 1989 fonda La Terra, primo giornale socialista mantovano, insieme a Bonomi e Giovanni Zibordi. Il 22 ottobre 1911, in piena guerra di Libia, pubblica la sua prima vignetta sull’Avanti!, diretto da Claudio Treves: inizia così una collaborazione quotidiana che durerà fino al 10 gennaio 1926. Nel 1926, in seguito all’attentato a Mussolini del 31 ottobre a Bologna, si scatenano rappresaglie fasciste contro giornali e militanti di sinistra. Il Tribunale speciale di difesa dello Stato istituisce leggi eccezionali contro gli oppositori del regime. A novembre, Scalarini viene picchiato a Milano da una squadra di camicie nere. L’aggressione gli causa la frattura della mandibola e una commozione cerebrale.Uscito d’ospedale, il primo dicembre 1926 viene arrestato e trasferito davanti al Tribunale speciale, che lo condanna a cinque anni di confino, prima a Lampedusa, poi a Ustica, dove resta fino al novembre 1929, quando viene trasferito a Milano, restando comunque “sorvegliato speciale”.Gli viene impedito di firmare “qualunque suo lavoro di qualsiasi genere”, divieto che non viene mai revocato. Scalarini quindi si dà alla letteratura per l’infanzia, pubblicando nel 1933 “Le avventure di Miglio”, che esce a firma della figlia Virginia Chiabov. Collabora anche al Corriere dei piccoli dal 1932 al 1946 ed alla Domenica dei Corriere dal 1934 al 1946.

Il 15 luglio 1940 viene nuovamente arrestato a Gavirate, il 20 è internato nel campo di concentramento di Istonio (oggi Vasto, in provincia di Chieti). Viene poi trasferito a Bucchianico (Chieti). Il 22 dicembre viene revocato l’internamento, ma ripristinata la vigilanza. Nel 1943 sfugge all’arresto della polizia di Salò.
Nel dopoguerra riprende la collaborazione con l’Avanti! e lavora anche per l’Umanità il Codino Rosso e il Sempre Avanti!. Giuseppe Scalarini muore a Milano il 30 dicembre 1948.


Ricchissima la  produzione di vignette dedicate da Scalarini a denunciare la brutalità e l'inutilità della guerra.




giovedì 15 dicembre 2011

Mostra a Catania: 150 anni di sussidiarietà

Maria Grazia Le Mura segnala la mostra 150 anni di sussidiarietà allestita a Catania presso la Facoltà di Lettere, Filosofia e Lingue dal 13 al 17 dicembre.

Sono possibili visite guidate per le scuole e i gruppi.

domenica 11 dicembre 2011

LA GRANDE GUERRA NELLE IMMAGINI E NELLA MUSICA

post di Rosita Cipolla, classe 5 C

Un altro modo per accostarsi alle motivazioni, ai drammi, alle conclusioni e alle conseguenze del primo conflitto mondiale è rappresentato dall'esame di documenti iconografici: immagini, cartoline, locandine di propaganda, opere d'arte.
Il ricorso al testo non verbale permette di ritrovare le inquietudini della società del tempo non sempre filtrate dall'argomentazione logica e specchio di una comunicazione che preferisce il canale delle emozioni e dell'immediatezza per raggiungere il destinatario.
Sempre più frequente nella società di massa, questa modalità espressiva culminerà poi nella campagna propagandistica delle dittature tra le due guerre.

La mia proposta si riferisce alle


post di Nella Casabella
post di Marilenia Miano
post di Paola Di Mauro

GASATI E FERITI
post di Vanessa Pennisi

MANIFESTO DI PROPAGANDA
post di Alessia Leotta

giovedì 1 dicembre 2011

Katrin e le crudeltà della guerra

post di Patrizia Fioravanti, 5 B

A proposito della prima guerra mondiale voglio segnalare un libro che ho letto in questi giorni,
Die Katrin wird Soldat, di Adrienne Thomas (Katrin diventa soldato)



Il libro venne scritto da Adrienne Thomas e pubblicato nel 1930 a Berlino, ebbe subito molto successo e venne tradotto in 15 lingue. Nonostante ciò, l’autrice dovette presto rifugiarsi in America poiché il suo libro apparteneva a quel gruppo di opere che vennero bruciate il 10 Maggio 1933 all’ Opernplatz di Berlino dai Nazisti. In quella occasione vennero bruciati anche libri di Heinrich Mann, di Heine e di Brecht. Quest’opera denuncia, attraverso la storia della diciasettenne Katrin che decide di dare una mano ai soldati tedeschi dell’ Alsazia-Lorena, le crudeltà accadute durante la prima guerra mondiale, metafora del dramma disumano che accompagna tutte le guerre.

lunedì 21 novembre 2011

1915-1918. L'ITALIA IN GUERRA

Il 24 maggio del 1915 l'Italia entra nel primo conflitto mondiale. Dopo circa un anno di tentennamenti, trattative diplomatiche, polemiche e campagne politiche condotte con nuove modalità di propaganda nelle piazze del Paese, i soldati ritornano a combattere e lasciano famiglie, terre, posti di lavoro.
Il fronte si è adesso spostato al nord, il nemico da combattere non è più la Turchia del 1912  per la conquista della Libia ma l'Impero asburgico che ancora controlla Trento e Trieste, terre italiane irredente.



Iniziamo questa ricostruzione documentaria del coinvolgimento italiano nella prima guerra mondiale con alcune illustrazioni di Giuseppe Scalarini, ritenuto il creatore della vignetta satirica politica italiana, che denunciano le conseguenze drammatiche del militarismo nazionalista: il dolore delle madri, il bagno di sangue.

vignetta del 7 agosto 1914

Il bilancio delle vittime italiane: quasi 600.000 caduti



LA PROPAGANDA

di Ramona Scoglio, 5 B

QUANDO LA GUERRA CONDUCE ALLA FOLLIA

video segnalato da Elisa Naro, 5 B


di Ramona Scoglio, 5 B


LETTERE DAL FRONTE

Sono i documenti più toccanti perchè espressione del dramma vissuto quotidianamente nelle trincee dai giovani soldati provenienti da ogni parte d'Italia. Avevano lasciato le famiglie, le campagne da coltivare, il paese per servire la nazione ma si ritrovavano inchiodati dai comandi e dalla paura ad una realtà che non avevano neanche lontanamente immaginato.  E il desiderio di tornare a casa, di sperare nella fine della guerra diventa il pensiero ricorrente, più di ogni volontà di vittoria sul nemico.

"Non si creda agli atti di valore dei soldati, non si dia retta alle altre fandonie del giornale, sono menzogne. Non combattono, no, con orgoglio, né con ardore; essi vanno al macello perché sono guidati e perché temono la fucilazione. Se avessi per le mani il capo del governo, o meglio dei briganti, lo strozzerei".

(B.N. anni 25, soldato; condannato a 4 anni di reclusione per lettera denigratoria,1916, in http://www.storiaxxisecolo.it/ )



di Letizia Cucchetti, 5 B

di Simona Di Salvo, 5 B

di Marinagela Rao, 5 B

di Ramona Scoglio, 5 B


LA GUERRA E GLI INTELLETTUALI

Le riflessioni di Renato Serra
post di Miriam Carbone

La canzone del Piave e altri documenti
post di Alice Pappalardo

Le liriche di Giuseppe Ungaretti
post di Giovanna Leotta

San Martino del Carso
post di Elisa Naro

Veglia di Giuseppe Ungaretti
post di Tiziana Tornabene

Il bombardamento di Filippo Tommaso Marinetti
post di Francesca Pulvirenti

Valmorbia di Eugenio Montale
post di Clarissa Bucceri

FILM

Uomini contro
scheda di Ramona Scoglio

La grande guerra
scheda di Giuseppe Palazzolo


domenica 20 novembre 2011

Iniziativa ANPI: Democrazia e Costituzione



Antifascismo, Resistenza, Costituzione. Saranno queste domenica 20 novembre le parole d'ordine dell'Asssociazione Nazionale Partigiani, presente in oltre cento piazze per lanciare una nuova campagna di tesseramento con iniziative da Parigi a Palermo. Una giornata, spiega l'Anpi "per rafforzare le fila dell’antifascismo e il futuro della democrazia, per suscitare fiducia, e offrire uno spazio di partecipazione, per fare dell’Associazione Nazionale Partigiani d'Italia un punto di riferimento, ancora più largo e forte, per tutti coloro che intendono assumere un impegno di responsabilità per il Paese". Nel sito ANPI è possibile consultare anche un ricco archivio on line con le biografie dei partigiani italiani che hanno permesso la nascita dell'Italia democratica, una cronologia del nazifascismo e una presentazione storica della Resistenza italiana.

Perchè la memoria è un faro che illumina un popolo, altrimenti consegnato alla cecità dell'agire improvvisato.

20 novembre










sabato 5 novembre 2011

Laboratorio: la stampa alla morte di Giolitti

E' interessante sfogliare i giornali che il 18 luglio 1928 commentano la morte dello statista italiano. Giovanni Giolitti aveva condotto l'Italia verso la democratizzazione e l'industrializzazione ma aveva anche, dopo il conflitto,  governato negli anni dell'affermazione del movimento fascista. Era quindi un uomo di esperienza multiforme e di scelte non da tutti condivise. La Chiesa di Roma ne sottolinea le doti moderate, lo definisce uomo tollerante e paladino della libertà, memore degli accordi che avevano permesso ai cattolici uno spazio nella vita politica italiana nei primi anni del secolo. La stampa italiana, controllata ormai totalmente dal fascismo, tenta di sorvolare sull'avvenimento perchè parlare di Giolitti non è facile, Mussolini continua a vederlo come un rivale autorevole, specie per la grande esperienza di governo all'insegna del liberalismo. Dalla Germania giungono parole di apprezzamento che tuttavia non nascondono il mancato sostegno da parte di Giolitti al fascismo. Viene riconosciuto l'equilibrio dello statista e certo pesa su questo giudizio la posizione neutrale dell'Italia da lui incoraggiata alla vigilia del conflitto mondiale. La stampa inglese non maschera la posizione nazionale: Giolitti è da considersi amico dell'Inghilterra ma certo non ha messo in essere tutte le sue energie e capacità per bloccare il fascismo. Avrebbe potuto, e dovuto, fare di più.
Da queste pagine di giornale viene fuori un affresco vivace e stimolante, capace di parlare delle scelte diplomatiche e politiche di quegli anni più di un vero trattato specialistico.
La storia rivive così con la voce del tempo e parla senza intermediari di uno dei periodi più difficili dello stato italiano.


Ecco le nostre schede analitiche:


post di Francesca Pulvirenti, Mariangela Rao, Simona Di Salvo, classe 5 B


post di Lorena Perticano, classe 5 B


post di Elisa Naro e Letizia Cucchetti


post di Alice Pappalardo e Roberto Mangiaglia, 5 B


L'Italia nelle copertine della Domenica del Corriere

una selezione di avvenimenti




post di Vanessa Pennisi, classe 5 C

8 gennaio 1899. Nelle edicole Italiane apparve per la prima volta la Domenica del Corriere, costava 10 centesimi, era di 12 pagine e agli abbonati del Corriere della Sera era offerta gratuitamente. Fu subito un grande successo; i quotidiani di allora uscivano con pochissime pagine con piccoli titoli e lunghissimi testi, senza disegni nè fotografie. Le copertine della Domenica del Corriere invece avevano bellissimi disegni colorati fatti da un pittore, allora sconosciuto, Achille Beltrame e vi erano molte fotografie. Una Nuova Editoria era iniziata.
(da Emeroteca Italiana)




sabato 29 ottobre 2011

Voci di dissenso nell' Italia giolittiana



post di Rosita Cipolla, classe 5 C





post di Alessandra Catalano, classe 5 C



post di Oriana Sturiale, Ramona Scoglio, Giulia Novellini, classe 5 B 

mercoledì 19 ottobre 2011

GIOVANNI GIOLITTI AL GOVERNO


IL GOVERNO DI GIOVANNI GIOLITTI (1903-1914)

post di Ramona Scoglio, 5 B



Giolitti bifronte, vignetta

dal Corriere della Sera


L'EMIGRAZIONE TRANSOCEANICA

video con testimonianza

post di Giuseppe Palazzolo e Giovanna Leotta, 5 B



IL GOVERNO DEVE INCORAGGIARE L'EMIGRAZIONE IN MESSICO

da La Stampa del 30 ottobre 1910

 post di Chiara Puglisi, classe 5 C

Ostilità e diffidenza verso gli emigrati italiani

post di Alessia Leotta, classe 5 C


PREPARATIVI PER LE PRIME ELEZIONI A SUFFRAGIO UNIVERSALE MASCHILE

da La Stampa del 25 febbraio 1913

post di Paola Di Mauro, classe 5 C

LA RIFORMA ELETTORALE E' STATA APPROVATA!

da La Stampa del 26 maggio 1912

post di Tiziana Tornabene, classe 5 C

E' il 1975: votano i diciottenni!

post di Marilenia Miano, classe 5 C


L'TALIA IN CERCA DI COLONIE

post di Alessandra Catalano, classe 5 C

BILANCIO DELLA POLITICA COLONIALE ITALIANA

post di Miriam Carbone, classe 5 B

LA RERUM NOVARUM

post di Nella Casabella, classe 5 C

LA POLITICA SOCIALE DELLA CHIESA E LA RERUM NOVARUM

post di Clarissa Buccheri, classe 5 B

EMIGRANTI

post di Vanessa Garufi, classe 5 C

sabato 15 ottobre 2011

Conferenza NIAWA, Sydney

Giovani italiani alla Conferenza dell’Associazione Donne Italo-Australiane
Sydney, sabato 15 ottobre

“I nuovi emigranti”, non con i bauli, ma con la stessa determinazione a costruirsi un futuro in Australia.







La storia si ripete. Oggi, come tra la fine del 1800 e la metà degli anni Settanta del secolo scorso, chi può, dall’Italia scappa! Non più con i bauli e con la nave, ma questo non conta. I risvolti sociali, economici e psicologici non sono molto dissimili. Scelgono gli Stati Uniti, il Canada, il Nord Europa, ma soprattutto l’Australia, dove sono disposti a giocarsi qualsiasi carta pur di rimanervi e realizzarsi. L’Australia ritorna ad essere il paese delle opportunità. Ma chi sono i “nuovi emigranti?”. Certamente non i contadini e gli operai che numerosi fuggirono dall’Italia alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Sono giovani con un bagaglio accademico di tutto rispetto. Hanno in tasca un diploma, una laurea, spesso due lauree, e talvolta anche un dottorato di ricerca. Si sono formati in un sistema scolastico e universitario che, almeno fino ad alcuni anni fa, non aveva nulla da invidiare ad altri paesi. Anzi, era un esempio di eccellenza.
Bravi, preparati, al passo con la tecnologia e …disoccupati!
Da alcuni anni l’Italia ha smesso di offrire loro speranze di una realizzazione professionale e un futuro. Per tirare a campare devono contare sui genitori e sui nonni. Una volta li chiamavamo ironicamente ‘mammoni’. Oggi non più. Non rimangono a casa per stare attaccati alla gonnella della mamma, ma perchè l’indipendenza economica è un miraggio. I più fortunati riescono a fare lavori saltuari, magari in Call Centres, guadagnando meno di 500 euro al mese. Vivono per anni una condizione di umiliante precarietà.
Non era mai successo che una generazione versasse in condizioni peggiori di quella precedente.
Ma che cosa è successo in Italia? Cosa ha determinato una situazione così difficile? Quali sono le conseguenze sul piano sociale ed economico di una fuoriuscita così ingente di giovani talenti? Perchè hanno scelto proprio l’Australia? Cosa sta facendo l’Australia per accoglierli?
Di tutto questo e di molto altro si parlerà alla conferenza organizzata a Sydney dall’Associazione Nazionale Donne Italo-Australiane sabato 15 ottobre. Alcuni giovani italiani condivideranno le loro esperienze, ci faranno toccare con mano la situazione italiana di oggi, la loro condizione di new migrants, le loro speranze, le loro disillusioni, le loro paure, le loro impressioni su questo grande Paese. Saranno proiettati alcuni segmenti del film Generazione 1000 Euro di Massimo Venier. 
Per informazioni telefonate allo 0409022473, o email: info@niawa.org  o consultate il sito http://www.niawa.org/







Roma, 16 ottobre 1943

Nella storia dei nostri centocinquant'anni di italiani ci sono anche molte pagine drammatiche, di quelle che vorremmo non avere mai scritto neanche solamente nel puro pensiero. Il 16 ottobre 1943 è a Roma un giorno terribile. Un migliaio di ebrei vengono prelevati dalle loro abitazioni nell'ex ghetto e deportati ad Auschwitz, senza una ragione, senza aver commesso alcuna colpa. Semplicemente perchè i tedeschi ancora presenti nella capitale li ritengono doppiamente responsabili. Dirà il maggiore Kappler che andavano puniti sia perchè italiani, e dunque traditori (l'armistizio era stato da poco firmato a Cassibile), sia perchè ebrei, e dunque secolari nemici della Germania.
Solo sedici di loro torneranno a casa alla fine della guerra, quindici uomini e una sola donna, per essere esatti. E' un dovere ricordare quanto è accaduto, cosa la "banalità del male" è stata capace di creare nel vuoto di valori reali: morte, distruzione, disumanizzazione, orrore incomparabile.
Giacomo Debenedetti ha dedicato all'evento  il suo "16 ottobre 1943". Ne riportiamo un passo dalle ultime pagine, ogni commento qui è assolutamente superfluo, il dramma è assoluto, totale.

"Verso l’alba del lunedì, i razziati furono messi su autofurgoni e condotti alla stazione di Roma-Tiburtino, dove li stivarono su carri bestiame, che per tutta la mattina rimasero su un binario morto. Una ventina di tedeschi armati impedivano a chiunque di avvicinarsi al convoglio.
Alle ore 13,30 il treno fu dato in consegna al macchinista Quirino Zazza. Costui apprese quasi subito che nei carri bestiame "erano racchiusi" – così si esprime una sua relazione- "numerosi borghesi promiscui per sesso e per età, che poi gli risultarono appartenenti a razza ebraica".
Il treno si mosse alle 14. Una giovane che veniva da Milano per raggiungere i suoi parenti a Roma, racconta che a Fara Sabina (ma più probabilmente a Orte) incrociò il "treno piombato", da cui uscivano voci di purgatorio. Di là dalla grata di uno dei carri, le parve di riconoscere il viso di una bambina sua parente. Tentò di chiamarla, ma un altro viso si avvicinò alla grata, e le accennò di tacere. Questo invito al silenzio, a non tentare più di rimetterli nel consorzio umano, è l’ultima parola, l’ultimo segno di vita che ci sia giunto da loro.
Nei pressi di Orte, il treno trovò un semaforo chiuso e dovette fermarsi per una decina di minuti. "A richiesta dei viaggiatori invagonati"- è ancora il macchinista che parla - alcuni carri furono sbloccati perchè "chi ne avesse bisogno fosse andato per le funzioni corporali". Si verificarono alcuni tentativi di fuga, subito repressi con una nutrita sparatoria.
A Chiusi, altra breve fermata, per scaricare il cadavere di una vecchia, deceduta durante il viaggio. A Firenze il signor Zazza smonta, senza essere riuscito a parlare con nessuno di coloro a cui aveva fatto percorrere la prima tappa verso la deportazione. Cambiato il personale di servizio, il treno proseguì per Bologna.
Né il Vaticano, né la Croce Rossa, né la Svizzera, né altri stati neutrali sono riusciti ad avere notizie dei deportati. Si calcola che quelli del 16 ottobre ammontino a più di mille, ma certamente la cifra è inferiore al vero, perchè molte famiglie furono portate via al completo, senza che lasciassero traccia di sé, né parenti o amici che ne potessero segnalare la scomparsa".
Novembre 1944

Giacomo  Debenedetti, op. cit. pp. 62-64.




martedì 11 ottobre 2011

GAETANO MARTINO 1900-1967

E' stato presentato oggi a Roma nella Sala della Lupa, alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il volume di Marcello Saija e Angela Villani GAETANO MARTINO 1900-1967, dedicato allo statista siciliano, antifascista liberale vice presidente della Camera dei Deputati nel 1948. Protagonista del rilancio europeo a metà degli anni Cinquanta, Martino, all'epoca Ministro degli Affari esteri, è il promotore della Conferenza di Messina, a cui partecipano i ministri degli Esteri della Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio (CECA), tenutasi a Messina (in casa sua) dal 1º giugno al 3 giugno 1955. «Siamo tutti ansiosi di estendere sempre più la nostra integrazione... Mi auguro che in questa Conferenza aggiungeremo un'altra pietra alle fondamenta della costruzione europea», dichiara Martino in apertura dei lavori, dando un forte segnale per riprendere la via dell'integrazione, cominciando da quella economica. In meno di due anni si arriva alla firma dei Trattati di Roma e il ministro Martino guida la delegazione italiana per la stesura e la firma dei Trattati di Roma. Come ministro degli Esteri il 13 novembre 1956, pronuncia un discorso all'Assemblea generale delle Nazioni Unite, un anno dopo l'ammissione dell'Italia all'ONU. È il primo discorso di un ministro italiano all'Assemblea ONU. Martino è stato anche nel 1956 Presidente del comitato dei tre «saggi» della NATO (i ministri degli esteri di Norvegia, Italia e Canada) autori del rapporto sui compiti dell'Alleanza Atlantica nella sfera civile. Lasciata la Farnesina nel 1957, è rieletto nel 1958 alla Camera. Nel 1960 e nel 1961 è Capo della delegazione parlamentare italiana alla XV e alla XVI Assemblea generale dell'ONU a New York e, dal 1962 al 1964, Presidente del Parlamento Europeo. Torna alla Camera nel 1967 dove resta fino alla morte.



venerdì 7 ottobre 2011

DESTRA E SINISTRA STORICA

I PROBLEMI DELL'UNITA' ITALIANA




mappa con video, 5'

Con la nascita del primo Parlamento nazionale e con l'avvio del primo governo, dalla primavera del 1861 l'Italia inizia a prendere forma istituzionale, giuridica e politica.

Uomini di estrazione aristocratica e borghese si impegneranno nella costruzione di un tessuto unitario del paese all'interno dei due schieramenti della Destra e della Sinistra Storica.  Le loro scelte, le loro strategie e i risultati da loro conseguiti rispondevano ad una formazione che era avvenuta negli anni del primo Risorgimento e che aveva visto, in quel movimento (di pochi, di tanti? ancora la storiografia si cimenta nella sua quantificazione reale) che aveva attraversato la penisola da nord a sud per afferrare anche le isole, la possibilità di una svolta, di un cambiamento. Tuttavia, come lo storico Romanelli sottolinea, "nel corso del Risorgimento non si erano verificati quei fenomeni che spazzano via i poteri costituiti per fondarne di nuovi, come una sollevazione di popolo o una decisa conquista militare, né si era posto mano, con l'unità, a un'azione costituente. L'adozione di un ordinamento che regolasse i rapporti tra centri e periferie del nuovo Regno dovette perciò tener conto non soltanto dei problemi legati all'inserimento non rivoluzionario delle società locali nel nuovo ambito nazionale e alla loro aumentata distanza dal nuovo centro – fosse esso Torino, Firenze, e infine Roma – ma anche di quelli che già rendevano complessi i rapporti tra periferie e centri all'interno dei vecchi Stati(...)Mancando dunque sia un'autonoma spinta alla fusione, sia una decisa volontà conquistatrice, si dette vita a un ordinamento allo stesso tempo accentrato, perché sospettoso dell'autonomo potere della periferia, e debole, perché poco convinto delle proprie capacità progettuali"
Questa premessa aiuta a capire meglio gli interventi dei governi in carica, certo importanti e significativi ma non sempre efficaci nel cogliere e valorizzare le varie realtà economico-sociali del Paese, dove il Nord e il Sud, provenienti da antiche e diversissime esperienze amministrative, si trovavano adesso trascinati nella costruzione di un tessuto unitario. D'altronde, come sottolineava nel 1929 Benedetto Croce, " il piemontesismo, per effetto del trasferimento della capitale prima a Firenze e poi a Roma, per l'afflusso d'impiegati da ogni parte d'Italia e per il rimescolamento tra essi, passò, e con esso caddero molti dei malumori contro l'accentramento. Il quale non dové pesare troppo, né essere troppo disforme dall'indole e dai modi di vita delle popolazioni, se la polemica in proposito rimase dottrinale e non si concretò mai in chiare e urgenti richieste di riforme e le parole «decentramento» e «autonomia» riecheggiarono nei programmi dei vari partiti come un ritornello che si ripeteva e al quale nessuno prestava fede e dava un senso determinato". La questione meridionale in questo quadro generale era inevitabile e destinata a segnare la nostra storia nazionale.
Visti gli ultimi dati sulla produzione, sull'occupazione e sugli spostamenti dei giovani  in Italia, non si può certo ritenere certamente  risolta.

Cerchiamo di conoscere meglio l'attività dei primi governi italiani

 DESTRA E SINISTRA STORICA


post di Miriam Carbone
classe 5 B

UNA CARICATURA DI FRANCESCO CRISPI




post di Giovanna Leotta, 5 B


LA POLITICA ECONOMICA DELLA DESTRA

post di Giulia Sgroi, 5 C

LA POLITICA ECONOMICA DELLA SINISTRA

post di Marilenia Miano, 5 C


LE RIFORME DI AGOSTINO DEPRETIS

post di Rosita Cipolla, 5 C

IL TRASFORMISMO

post di Nella Casabella, 5 C

FRANCESCO CRISPI

post di Chiara Puglisi, 5 C


post di Ramona Scoglio, 5 B

LA QUESTIONE MERIDIONALE

post di Alessia Leotta, 5 C

LA LEGGE ELETTORALE DEL 1882

post di Vanessa Pennisi, classe 5 C

I FASCI SICILIANI

post di Vanessa Garufi, classe 5 C

LIBERISMO E PROTEZIONISMO

post di Paola Di Mauro, classe 5 C

L'ISTRUZIONE NEL PERIODO POST-UNITARIO

post di Tiziana Tornabene, classe 5 C

DESTRA E SINISTRA

i simboli dell'unità:

Scritto nell'autunno del 1847 dall'allora ventenne studente e patriota Goffredo Mameli, musicato poco dopo a Torino da un altro genovese, Michele Novaro, 

il Canto degli Italiani nacque in quel clima di fervore patriottico che già preludeva alla guerra contro l'Austria. L'immediatezza dei versi e l'impeto della melodia ne fecero il più amato canto dell'unificazione, non solo durante la stagione risorgimentale, ma anche nei decenni successivi. 

Non a caso Giuseppe Verdi, nel suo Inno delle Nazioni del 1862, affidò proprio al Canto degli Italiani - e non alla Marcia Reale - il compito di simboleggiare la nostra Patria, ponendolo accanto a God Save the Queen e alla Marsigliese. 

Inserito dal Quirinale tra i simboli della Repubblica, 

l'inno nazionale è  insieme un  grido di speranza e un appello accorato all'unione nazionale che due giovani patrioti genovesi, Goffredo Mameli (appena ventenne all'epoca) e Michele Novaro, rivolsero ai "fratelli" con cui si apprestavano a costruire l'Italia.

Dal 12 Ottobre 1946 l’Inno di Mameli è divenuto l’inno nazionale della Repubblica Italiana



Nell'Italia del 1796, attraversata dalle vittoriose armate napoleoniche, le numerose repubbliche di ispirazione giacobina che avevano soppiantato gli antichi Stati assoluti adottarono quasi tutte, con varianti di colore, bandiere caratterizzate da tre fasce di uguali dimensioni, chiaramente ispirate al modello francese del 1790.
E anche i reparti militari "italiani", costituiti all'epoca per affiancare l'esercito di Bonaparte, ebbero stendardi che riproponevano la medesima foggia. In particolare, i vessilli reggimentali della Legione Lombarda presentavano, appunto, i colori bianco, rosso e verde, fortemente radicati nel patrimonio collettivo di quella regione:: il bianco e il rosso, infatti, comparivano nell'antichissimo stemma comunale di Milano (croce rossa su campo bianco), mentre verdi erano, fin dal 1782, le uniformi della Guardia civica milanese.


martedì 27 settembre 2011

Il trasformismo fu un fenomeno solo italiano?

Il termine 'trasformismo', spiega  Giovanni Sabbatucci nella enciclopedia Treccani on line, entrò nel linguaggio politico italiano tra la fine del 1882 e l'inizio del 1883 per definire, con chiara connotazione polemica, la politica inaugurata in quel periodo dall'allora presidente del Consiglio Agostino Depretis. Per la verità il vocabolo traeva origine da un'espressione pronunciata dallo stesso Depretis in un discorso tenuto a Stradella l'8 ottobre 1882, nell'imminenza delle prime elezioni politiche a suffragio 'allargato', che si sarebbero tenute di lì a due settimane. In risposta a coloro che criticavano gli accordi da lui stipulati in campagna elettorale con la Destra di Marco Minghetti e lo accusavano di aver così snaturato il programma della Sinistra, Depretis si giustificava con una frase destinata a restare celebre: "Se qualcheduno vuole entrare nelle nostre file, se vuole accettare il mio modesto programma, se vuole trasformarsi e diventare progressista, come posso io respingerlo?"

Agostino Depretis
1813-1887

Ecco il programma di Depretis nel
 discorso dell'ottobre 1882


Lo storico liberale Rosario Romeo esamina il trasformismo italiano in una prospettiva storica e politica più ampia del semplice contesto nazionale, ritrovandolo in quei paesi che non erano stati in grado di proporre un sistema bipolare per la presenza interna di gruppi ideologici e forze economico-sociali eterogenei e contrapposti,  che avrebbero reso impossibile un costruttivo confronto parlamentare. Una sorta di centrismo continentale, insomma, diverso dal bipolarismo anglosassone e americano.
"18 marzo 1876. Una data segnata a lutto in molte storie dell'Italia unita. Allora ad una «élite» ristretta ma di superiore livello politico e morale successe nella guida del paese un gruppo dirigente più largo ma di costume e livello più scadente, specchio esso stesso delle molte tare e insufficienze della nazione da poco messa assieme con elementi così disparati. Allora soprattutto dilagò quel male che già dal «connubio» tra Cavour e Rattazzi serpeggiava nell'organismo politico italiano, e che appunto dopo il 1876 prese il nome che gli è rimasto di trasformismo. Come dire uno dei mali storici che più spesso si ricordano tra quelli caratteristici del nostro paese, accanto alla mancata Riforma protestante e alla mancata rivoluzione giacobina, alla questione meridionale e all'eredità della Controriforma. Nel trasformismo, si dice e si ripete, si esprime l'incapacità della vita politica italiana ad assurgere a lotta di principi, la sua perpetua tendenza a scadere sul piano dei personalismi, il sostanziale immobilismo del potere, al quale è sempre mancata, per oltre un secolo, una vera alternativa di governo e dunque una vera ed efficace opposizione, quale richiede l'ordinato funzionamento di ogni regime di libertà. Dal trasformismo si fa anche discendere l'instabilità dei governi, sempre alla mercé di crisi originate dalle manovre di gruppi e di correnti ai danni di altri gruppi e di altre correnti. Nessuna meraviglia che in una struttura di questo tipo le opposizioni abbiano sempre assunto un carattere anti-sistema, e siano state spinte, dalla mancanza di ogni seria prospettiva di essere chiamate ad assumere concrete responsabilità, verso le forme più astratte ed estremistiche di lotta politica. Sotto questa grandine di rilievi la giustificazione storica che del trasformismo diede a suo tempo Benedetto Croce è stata via via respinta sullo sfondo e sempre più dimenticata. Vale la pena di tentare un bilancio. E di ricordare in primo luogo che ciò che da noi si è chiamato trasformismo ha caratterizzato e tuttora caratterizza in Europa, con la più usuale denominazione di centrismo, la vita politica di molte delle democrazie continentali. Il bipartitismo è appannaggio, soprattutto, dei paesi anglosassoni, nei quali del resto, e in particolare negli Stati Uniti, non sono rari fenomeni che sfuggono alla logica del sistema, come mostra la frequente confluenza di voti democratici conservatori con i voti repubblicani, contro le sinistre radicali di ambedue i partiti. In Francia, ha scritto Duverger, solo l'alleanza dei centri moderati ha consentito la convivenza delle due frazioni in cui il paese si è spaccato storicamente dopo il 1789, così radicalmente avversarie da tendere alla reciproca eliminazione in una lotta mortale piuttosto che ad un democratico confronto su basi elettorali e parlamentari. Non è forse accaduto qualcosa di analogo anche in Italia? È difficile immaginare come un solo partito conservatore avrebbe potuto abbracciare, all'indomani dell'unità, i fautori dei vecchi regimi preunitari e del clericalismo a fianco degli uomini della Destra liberale, politicamente identificati sino in fondo con l'unità nazionale. Non meno difficile immaginare come la Sinistra monarchica dei Depretis e dei Crispi potesse far causa comune con coloro che negavano tuttora la legittimità della soluzione monarchica del 1860, che aveva spogliato il partito d'azione dei frutti della sua vittoria nel Mezzogiorno. La stessa esistenza di ciascuna di queste componenti del sistema politico si fondava sulla negazione della legittimità di quelle che le fronteggiavano, ed era dunque impensabile un'ordinata successione di esse alla testa del paese.


R. Romeo, L'Italia moderna fra storia e storiografia, Le Monnier, Firenze 1977





Per saperne di più:


 
e oggi?
 

mercoledì 21 settembre 2011

La macchina dello Stato dal 1861 al 1948

Sarà visitabile dal 22 settembre 2011 al 16  marzo 2012
la mostra " La macchina dello Stato.
Leggi, uomini e strutture che hanno fatto l'Italia", allestita  presso l'Archivio centrale dello Stato di Roma.

Il percorso espositivo si articola su tre filoni. Si parte da una carrellata storica sui primi anni postunitari fino alla crisi di fin secolo, culminata con l'assassinio del re Umberto I, passando attraverso le grandi riforme giolittiane e l'aumento della presenza dello Stato nella vita pubblica. La Prima guerra mondiale e il periodo fascista sono lo spartiacque per arrivare alla tragedia delle leggi razziali e agli orrori della Seconda guerra mondiale. Il cammino attraverso la storia nazionale si chiude, quindi, con la rinascita attraverso la Resistenza e la Repubblica. Con la consulenza storica di Giuseppe Galasso, coordinatore della mostra insieme a Guido Melis, si offrono in mostra documenti straordinari per capire come siamo cresciuti nello Stato e con lo Stato, ricordando i successi tecnologici e culturali ma anche le pagine drammatiche delle guerre e della dittatura.
E' un'esposizione pensata soprattutto per i giovani e per le scuole, facciamole spazio nella programmazione dei nostri percorsi educativi.



Per saperne di più,  ecco una serie di articoli con foto e video esplicativi: