venerdì 23 febbraio 2018

l'impero su cui non tramonta mai il sole


L’Età di Carlo V 

Carlo V ritratto da Tiziano, 1548


Durante il Cinquecento, mentre viveva profonde trasformazioni culturali (Rinascimento), religiose (diffusione della Riforma protestante) ed economiche (formazione degli imperi coloniali, spostamento dei traffici sull’Atlantico), l’Europa fu interessata da lunghi conflitti per il predominio sul continente e da guerre religiose.

La storia della prima metà del XVI secolo fu dominata dalla figura di Carlo V d’Asburgo, che aveva ereditato i possedimenti di Spagna e la corona imperiale. 
Carlo V aspirava a unire sotto il suo dominio l’Europa e a fondare un unico impero universale cristiano.

Gli obiettivi di CarloV si scontrarono con le ambizioni del re di Francia Francesco I. 
I due monarchi intrapresero una serie di sanguinose guerre che ridussero l’Europa a un campo di battaglia. CarloV dovette rinunciare ai suoi obiettivi e abdicò, dividendo i suoi territori tra il figlio Filippo e il fratello Ferdinando. 









L’Italia, terra di conquista, diventa dominio spagnolo 

Con l’inizio del XVI secolo, l’Italia, divisa in numerosi Stati e debole militarmente, diventò un campo aperto alle invasioni straniere, prima fra tutte quella del re francese Carlo VIII, che arrivò a conquistare Napoli e la cui discesa portò alla cacciata dei Medici da Firenze. 

• Nei primi decenni del Cinquecento l’Italia divenne terreno di scontro tra Carlo V e Francesco I, che si contendevano il primato in Europa. Nel corso di queste guerre, protrattesi per quasi 40 anni, avvenne il devastante sacco di Roma da parte dei lanzichenecchi tedeschi. 

• Alla fine di queste guerre e dopo la pace di Cateau-Cambrésis (1559) gli Stati italiani, ad esclusione della Repubblica di Venezia, caddero più o meno direttamente sotto il controllo della Spagna. 


domenica 18 febbraio 2018

la storia di mio padre, Giuseppe Di Salvo

mio padre, Giuseppe Di Salvo


Mio padre, Giuseppe Di Salvo, nacque nel 1912 a Riposto, in Sicilia, ed aveva nove fratelli. Mio nonno paterno, molto severo con i figli, si era sposato due volte e viveva poveramente con la sua famiglia. Mio padre era nato dal secondo matrimonio, i suoi fratelli erano tutti più grandi. Un giorno, mentre lui era in seconda elementare, arrivò tardi in classe. La maestra gli aveva chiesto di portarle delle uova, e lui aveva dovuto aspettare che la madre raccogliesse nel pollaio quelle appena fatte. Ma la maestra non gli perdonò il ritardo: con una mano prese le uova, con l’altra gli diede uno schiaffone. Così lui decise di non andare più a scuola, e suo padre gli affidò un terreno da coltivare.

Quando le verdure erano pronte per essere raccolte, le portava al mercato per venderle. Un giorno, aveva dodici anni, dopo avere risparmiato un gruzzolo di denaro decise di comprarsi un paio di scarpe nuove. Tornato a casa le mostrò al padre, che andò però su tutte le furie e  gli fece una ramanzina spiegandogli che non erano ricchi, che quelle scarpe erano un lusso che non potevano permettersi. E poi, cosa avrebbero pensato i vicini di casa? Così mio padre dovette restituirle e ritornare a casa con i soldi.

Fu proprio allora che mio padre capì che la Sicilia gli stava troppo stretta. A quattordici anni si imbarcò come lavapiatti a bordo di una nave in partenza per l’ America. Per più di un mese, pur soffrendo il mal di mare, continuò a lavorare, fino al momento in cui la nave approdò a Richmond, in Virginia. Dopo essere sbarcato nel cuore della notte, clandestinamente, riuscì  a raggiungere la città di New York, dove alcuni conoscenti lo ospitarono. Qui, in poco tempo, trovò tre lavori, che svolgeva contemporaneamente: lavapiatti in un ristorante, aiutante in una lavanderia e scaricatore al porto.

Mio padre era attratto dalle luci della città, dalla novità della metropolitana che gli permetteva di andare al Luna park di Coney Island e di andare da una parte all’altra della città con 10 centesimi al giorno. Riusciva anche a mandare dei soldi alla famiglia in Sicilia senza però mettere nulla da parte. Così, quando la grave crisi economica del 1929 colpì gli Stati Uniti, in un lampo lui perse tutti e tre i lavori senza avere accantonato neanche un soldo, e fu allora che imparò una lezione che avrebbe segnato la sua vita, e che avrebbe trasmesso anche a noi, i suoi figli: per avere un futuro bisogna saper risparmiare, mettendo sempre qualcosa da parte. Ogni giorno, invano, andava in giro per la città a cercare lavoro. “Ho camminato così tanto, ci ripeteva,  da consumare la suola delle scarpe“. La situazione era così grave che vide addirittura dei cadaveri in strada.

certificato di naturalizzazione di mio padre
Così quando un suo amico siciliano gli propose di andare a lavorare la terra, nel Nord dello Stato di New York, lui accettò subito. Cominciò allora a lavorare, a 19 anni, in una fattoria di proprietà della famiglia Marano, di origine siciliana, che gli offrì anche un alloggio. Coltivavano cipolle. La vita all’aria aperta  gli era congeniale, ed aveva anche l’opportunità di andare a caccia. Dopo qualche anno comprò la sua prima automobile, una Chevrolet, ma lui aveva deciso di risparmiare quanto più possibile. E fu grazie ai risparmi accumulati che, dopo 17 anni di lavoro come dipendente, acquistò tre ettari di terreno e diventò socio dei due fratelli Marano nell’acquisto di un ristorante. Il locale era situato sulle rive del Lago Ontario, a Mexico Point, un bellissimo luogo che adesso è un parco naturale statale. Una notte un incendio provocato da un corto circuito distrusse il ristorante, e mio padre vide andare letteralmente in fumo gran parte dei suoi risparmi.

Ma lui, che nel frattempo aveva cominciato a coltivare cipolle nel suo terreno, non si perse d’animo e decise di dedicarsi completamente all’agricoltura. 

Intanto aveva conosciuto mia madre, Theresa Lizzio, figlia di immigrati siciliani di Sant’Alfio. Si sposarono nel 1948, a Canastota, nello stato di New York. Insieme hanno lavorato sodo per tutta la vita. 

documento d'imbarco di Nunzio Lizzio, mio nonno

E mio padre, prima da solo poi con l’aiuto di noi figli, ha ingrandito la fattoria acquistando e disboscando con le sue mani i terreni circostanti: oggi la Di Salvo Farms ha un’estensione di 160 ettari, contro i tre ettari iniziali.

la Di Salvo Farms oggi


I miei genitori hanno avuto quattro figli, due maschi e due femmine. Mio fratello ed io, e adesso anche mio figlio, gestiamo la stessa terra. Abbiamo 8 dipendenti e trenta braccianti, e ogni anno produciamo 2 milioni e 400 mila cespi di lattuga e 5000 tonnellate di cipolle, che vengono vendute in tutta la costa Est degli Stati Uniti.



Mio padre è morto nel 2008, all’ età di 96 anni. Mia madre Theresa Lizzio è ancora in vita.

Joe Di Salvo, New York


venerdì 9 febbraio 2018

10 febbraio 1947: una pace difficile da costruire



Nel febbraio del 1947 l'italia ratifica il trattato di pace che pone fine alla Seconda guerra mondiale: l'Istria e la Dalmazia vengono cedute alla Jugoslavia. 

Trecentocinquantamila italiani di quelle zone si trasformano in esuli. Scappano dal terrore, non hanno nulla, sono bocche da sfamare che non trovano però  in Italia una grande accoglienza. La sinistra italiana li ignora: non suscita solidarietà chi sta fuggendo dalla Jugoslavia, da un paese comunista alleato dell'URSS, in cui si è realizzato il sogno del socialismo reale. La vicinanza ideologica con Tito è, del resto, la ragione per cui il PCI non affronta il dramma, appena concluso, degli infoibati. Ma non è solo il PCI a lasciar cadere l'argomento nel disinteresse. 

Come ricorda lo storico Giovanni Sabbatucci, la stessa classe dirigente democristiana considera i profughi dalmati 'cittadini di serie B, e non approfondisce la tragedia delle foibe. I neofascisti, d'altra parte, non si mostrano particolarmente propensi a raccontare cosa avvenne alla fine della seconda guerra mondiale nei territori istriani. Fra il 1943 e il 1945 quelle terre sono state sotto l'occupazione nazista, in pratica sono state annesse al Reich tedesco.

Le foibe sono cavità carsiche di origine naturale con un ingresso a strapiombo. È in quelle voragini dell'Istria che fra il 1943 e il 1947 sono gettati, vivi e morti, quasi diecimila italiani.

La prima ondata di violenza esplode subito dopo la firma dell'armistizio dell'8 settembre 1943: in Istria e in Dalmazia i partigiani slavi si vendicano contro i fascisti e gli italiani non comunisti. Torturano, massacrano, affamano e poi gettano nelle foibe circa un migliaio di persone. Li considerano 'nemici del popolo'. 

Ma la violenza aumenta nella primavera del 1945, quando la Jugoslavia occupa Trieste, Gorizia e l'istria. Le truppe del Maresciallo Tito si scatenano contro gli italiani. A cadere dentro le foibe ci sono fascisti, cattolici, liberaldemocratici, socialisti, uomini di chiesa, donne, anziani e bambini. 

Lo racconta Graziano Udovisi, l'unica vittima del terrore titino che riuscì ad uscire da una foiba. È una carneficina che testimonia l'odio politico-ideologico e la pulizia etnica voluta da Tito per eliminare dalla futura Jugoslavia i non comunisti. La persecuzione prosegue fino alla primavera del 1947, fino a quando, cioè, viene fissato il confine fra l'italia e la Jugoslavia. Ma il dramma degli istriani e dei dalmati non finisce.


Per quasi cinquant'anni il silenzio della storiografia e della classe politica avvolge la vicenda degli italiani uccisi nelle foibe istriane. È una ferita ancora aperta 'perché, ricorda ancora Sabbatucci, è stata ignorata per molto tempo?. Il 10 febbraio del 2005 il Parlamento italiano ha dedicato la giornata del ricordo ai morti nelle foibe. Inizia oggi l'elaborazione di una delle pagine più angoscianti della nostra storia.










video di ricostruzione realizzato da Alessia, Vanessa, Rosita, Alessandra 

di Tiziana Tornabene




OGGI
gli stati balcanici oggi


giovedì 1 febbraio 2018

una storia di meraviglie

Marco Polo nacque a Venezia nel 1254, in una famiglia di mercanti. Il padre, Niccolò, con i fratelli aveva un’azienda commerciale che importava prodotti dall’Oriente. Una base della ditta di famiglia era a Costantinopoli, un’altra sul Mar Nero, e lì i fratelli Polo vivevano la maggior parte del tempo, mentre mogli e figli abitavano a Venezia. Verso il 1265, Niccolò e il fratello Matteo fecero un viaggio fino in Cina, allora governata da un imperatore mongolo, Qublai, che li trattò molto bene – erano i primi europei che conosceva – e li incaricò di portare un messaggio al papa. Finalmente, nel 1269, tornarono a Venezia. Due anni dopo, nel 1271, Marco partì per la Cina con il padre e lo zio, sempre per commercio. I mercanti avevano anche un messaggio di risposta del papa per Qublai.

Il viaggio fu molto lungo, più di tre anni, e faticoso. Guerre, maltempo, fiumi in piena, una malattia di Marco rallentarono il viaggio, che in condizioni ideali richiedeva molto meno tempo. Lungo la strada e soprattutto in Cina, però, i tre veneziani vennero accolti sempre benissimo. I Tatari (o Mongoli) che allora controllavano quasi tutta l’Asia erano, infatti, molto ospitali e rispettosi degli stranieri, e interessati a commerciare. Qublai ebbe molta simpatia per Marco, un ragazzo sveglio che imparava rapidamente le lingue, e lo prese come collaboratore. L’imperatore l’incaricò di una serie di visite ufficiali in molte parti dell’Impero, per controllare l’amministrazione e studiare e risolvere vari problemi, e lo nominò anche governatore di una città.
Marco ebbe insomma la possibilità di viaggiare a lungo per l’impero di Qublai, soprattutto in Cina, ma anche in Birmania, India, Indonesia, Persia, come altissimo funzionario imperiale, spesso con incarichi delicati, come far rispettare gli ordini dell’imperatore o stabilire accordi con i re soggetti all’imperatore.
Il libro delle meraviglie, IL MILIONE
Marco tornò a Venezia solamente nel 1295, a quarant’anni circa, dopo aver vissuto diciassette anni in Cina, cioè quanto in patria prima di partire, e altri sei o sette anni in viaggio. Poco dopo prese parte a una battaglia navale tra Veneziani e Genovesi e fu fatto prigioniero. Forse per suggerimento dei Genovesi, che erano molto interessati a fare concorrenza ai Veneziani sui mercati asiatici, Marco Polo si convinse a usare il tempo della prigionia per scrivere il racconto dei suoi viaggi, che sarebbe stato molto utile ai mercanti. Ma non lo scrisse direttamente. Suo compagno di prigionia era un letterato pisano, Rustichello, specializzato in poemi cavallereschi in francese, che era una lingua di gran moda per quel genere di storie. Marco gli raccontò il viaggio e Rustichello lo scrisse in una forma letteraria: così il libro ha, in pratica, due autori. Il Milione ebbe un grandissimo successo: se ne fecero immediatamente traduzioni in varie lingue, riduzioni, adattamenti, e il libro – manoscritto, perché la stampa in Europa non era stata ancora inventata, mentre in Cina sì – circolò in un enorme numero di copie.
Nel 1299 Marco fu liberato e tornò a Venezia, dove riprese a fare il mercante senza più viaggiare lontano, si sposò ed ebbe tre figlie. Morì nel 1324, ma non ebbe, a quanto pare, la soddisfazione di essere davvero creduto dai suoi concittadini.
La lettura del Milione ispirerà un altro grande viaggiatore italiano:Cristoforo Colombo.




LA FINE DEL MEDIOEVO



I ragazzi della 3 I hanno cercato di individuare alcuni contesti storico-politici significativi per presentare la dine del Medioevo e l'inizio dell'età moderna in Europa.

Ecco le loro proposte: