sabato 15 ottobre 2011

Roma, 16 ottobre 1943

Nella storia dei nostri centocinquant'anni di italiani ci sono anche molte pagine drammatiche, di quelle che vorremmo non avere mai scritto neanche solamente nel puro pensiero. Il 16 ottobre 1943 è a Roma un giorno terribile. Un migliaio di ebrei vengono prelevati dalle loro abitazioni nell'ex ghetto e deportati ad Auschwitz, senza una ragione, senza aver commesso alcuna colpa. Semplicemente perchè i tedeschi ancora presenti nella capitale li ritengono doppiamente responsabili. Dirà il maggiore Kappler che andavano puniti sia perchè italiani, e dunque traditori (l'armistizio era stato da poco firmato a Cassibile), sia perchè ebrei, e dunque secolari nemici della Germania.
Solo sedici di loro torneranno a casa alla fine della guerra, quindici uomini e una sola donna, per essere esatti. E' un dovere ricordare quanto è accaduto, cosa la "banalità del male" è stata capace di creare nel vuoto di valori reali: morte, distruzione, disumanizzazione, orrore incomparabile.
Giacomo Debenedetti ha dedicato all'evento  il suo "16 ottobre 1943". Ne riportiamo un passo dalle ultime pagine, ogni commento qui è assolutamente superfluo, il dramma è assoluto, totale.

"Verso l’alba del lunedì, i razziati furono messi su autofurgoni e condotti alla stazione di Roma-Tiburtino, dove li stivarono su carri bestiame, che per tutta la mattina rimasero su un binario morto. Una ventina di tedeschi armati impedivano a chiunque di avvicinarsi al convoglio.
Alle ore 13,30 il treno fu dato in consegna al macchinista Quirino Zazza. Costui apprese quasi subito che nei carri bestiame "erano racchiusi" – così si esprime una sua relazione- "numerosi borghesi promiscui per sesso e per età, che poi gli risultarono appartenenti a razza ebraica".
Il treno si mosse alle 14. Una giovane che veniva da Milano per raggiungere i suoi parenti a Roma, racconta che a Fara Sabina (ma più probabilmente a Orte) incrociò il "treno piombato", da cui uscivano voci di purgatorio. Di là dalla grata di uno dei carri, le parve di riconoscere il viso di una bambina sua parente. Tentò di chiamarla, ma un altro viso si avvicinò alla grata, e le accennò di tacere. Questo invito al silenzio, a non tentare più di rimetterli nel consorzio umano, è l’ultima parola, l’ultimo segno di vita che ci sia giunto da loro.
Nei pressi di Orte, il treno trovò un semaforo chiuso e dovette fermarsi per una decina di minuti. "A richiesta dei viaggiatori invagonati"- è ancora il macchinista che parla - alcuni carri furono sbloccati perchè "chi ne avesse bisogno fosse andato per le funzioni corporali". Si verificarono alcuni tentativi di fuga, subito repressi con una nutrita sparatoria.
A Chiusi, altra breve fermata, per scaricare il cadavere di una vecchia, deceduta durante il viaggio. A Firenze il signor Zazza smonta, senza essere riuscito a parlare con nessuno di coloro a cui aveva fatto percorrere la prima tappa verso la deportazione. Cambiato il personale di servizio, il treno proseguì per Bologna.
Né il Vaticano, né la Croce Rossa, né la Svizzera, né altri stati neutrali sono riusciti ad avere notizie dei deportati. Si calcola che quelli del 16 ottobre ammontino a più di mille, ma certamente la cifra è inferiore al vero, perchè molte famiglie furono portate via al completo, senza che lasciassero traccia di sé, né parenti o amici che ne potessero segnalare la scomparsa".
Novembre 1944

Giacomo  Debenedetti, op. cit. pp. 62-64.




3 commenti:

  1. chiara puglisi16 ottobre 2011 09:31

    Scrive Chiara Puglisi, 5 C: In memoria della deportazione degli ebrei di Roma, l’anno scorso è
    stata trasmessa in tv una miniserie televisiva in due puntate
    co-prodotta da Italia e Germania. Sotto il cielo di Roma tocca
    indubbiamente un nervo scoperto tanto nell'ambito nazionalistico e
    cattolico quanto in quello emozionale, ripercorrendo uno dei momenti
    più drammatici della storia di Roma. E’ stata ambientata nella
    Capitale durante l’occupazione nazista; racconta la storia, basata su
    documenti storici, del tentativo di rapimento di Pio XII e del suo
    pontificato dall’8 settembre 1943 al 4 giugno 1944 e,
    contemporaneamente, presenta la storia di alcuni ragazzi ebrei che
    cercano di fuggire dai rastrellamenti dei nazisti nel ghetto di Roma.

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  2. E' sempre drammatico ricordare questa pagina della storia italiana, una pagina carica di voci taciute e libertà private. Purtroppo siamo stati complici di una dei più grandi crimini contro l'umanità che il nostro Pianeta abbia mai visto, e anche se è difficile ammettere i propri errori,è tempo che tutti prestiamo il nostro orecchio alle testimonianze e ai racconti dei sopravvissuti. Mi ha particolarmente colpita la frase " Questo invito al silenzio, a non tentare più di rimetterli nel consorzio umano, è l’ultima parola, l’ultimo segno di vita che ci sia giunto da loro".Essere degli UMANI PENSANTI è la caratteristica che più ci dovrebbe stare a cuore, e calpestarla è davvero impensabile ai giorni nostri. Forse, proprio il fatto che oggi sentire di un avvenimento di questa portata crei scalpore a indignazione, è segno che qualche passo avanti da allora lo abbiamo fatto, voi cosa ne pensate?

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  3. Scrive Chiara Puglisi, 5 C: La soluzione per gli ebrei romani arriva il 24 settembre 1943 con l'ordine da Berlino di trasferire in Germania e "liquidare” tutti gli ebrei tramite un’azione di sorpresa. Il telegramma è indirizzato al tenente colonnello Herbert Kappler, comandante delle SS a Roma. Gli ebrei non sospettano nulla, non sanno cosa gli sarebbe successo. Questi credono di essere al sicuro a Roma poiché questa è “città aperta” e nelle vicinanze di San Pietro, nessun tedesco commetterebbe atti di violenza.
    Il 26 settembre Kappler fece una richiesta alla comunità ebraica: consegnare 50 chili d'oro, pena la deportazione di 200 persone, illudendo così gli ebrei romani che tutto quello che i tedeschi vogliono sia un riscatto in oro. Nelle stesse ore le SS stanno già organizzando il blitz del 16 ottobre.
    Alle 5,30 del mattino di sabato 16 ottobre, provvisti degli elenchi con i nomi e gli indirizzi delle famiglie ebree, 300 soldati tedeschi iniziano in contemporanea la caccia per i quartieri di Roma. Nessun ebreo deve sfuggire alla deportazione. Uomini, donne, bambini, anziani ammalati, perfino neonati: tutti vengono caricati a forza sui camion, verso una destinazione sconosciuta. Alla fine di quel sabato le SS registrano la cattura di 1024 ebrei romani. Per la prima volta Roma era testimone di un'operazione di massa così violenta. Alcun quartiere della città fu risparmiato: il maggior numero di arresti si ebbe a Trastevere, Testaccio e Monteverde. Alcuni si salvarono per caso, molti scamparono alla razzia nascondendosi nelle case di vicini, di amici o trovando rifugio in case religiose, come gli ambienti attigui a S. Bartolomeo all'Isola Tiberina. Alle 14 la grande razzia era terminata. Tutti erano stati rinchiusi nel collegio Militare di via della Lungara, a pochi passi da qui. Due giorni dopo, lunedì 18 ottobre, i prigionieri vennero caricati su un convoglio composto da 18 carri bestiame in partenza dalla Stazione Tiburtina. Il 22 ottobre il treno arrivò ad Auschwitz. Dei 1024 ebrei catturati il 16 ottobre ne tornarono solo 16, di cui una sola donna (Settimia Spizzichino). Nessuno degli oltre 200 bambini è sopravvissuto. Dopo il 16 ottobre 1943, la polizia tedesca catturò altri ebrei: alla fine scomparvero da Roma 2091 ebrei. Uno dei momenti più tragici fu il massacro delle Fosse Ardeatine; in queste cave di tufo abbandonate, fuori dalle porte della città e contigue alle vecchie catacombe, il 24 marzo 1944 furono trucidati 335 uomini di cui 75 ebrei. Roma fu liberata il 4 giugno 1944 e la capitolazione finale di tedeschi e fascisti si ebbe il 2 maggio 1945. Nel 1946, le vittime accertate per deportazioni da tutta Italia furono settemilacinquecento e quelle per massacri mille; gli abbandoni per emigrazione, cinquemila.

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