mercoledì 13 settembre 2017

le migrazioni oggi

 seconda fase


Dalla seconda metà del XIX secolo la pressione demografica differenziale, dovuta congiuntamente al processo definito “transizione” e ai profondi cambiamenti politici di fine secolo, si è manifestata con un’inversione dei flussi migratori, portando ingenti quantità di persone dei paesi giovani e poveri in via di sviluppo nei paesi anziani e ricchi sviluppati dell’Europa, dell’America e dell’Asia. 

Questi flussi di nuova direzione sembrano destinati a perdurare almeno fino alla metà del XXI secolo, favoriti dal progressivo invecchiamento demografico dei paesi sviluppati e dall’elevato tasso di crescita degli altri paesi. 

Negli ultimi anni, soprattutto dopo la crisi del 2008,  a fronte di un aumento delle immigrazioni, si è  contemporaneamente registrato nel nostro Paese un nuovo significativo  processo emigratorio con direzione sia europea che extraeuropea, soprattutto da parte di una professionalità qualificata che non trova sbocchi lavorativi in Italia e nel Sud in particolare.
Questo fenomeno comincia ad assumere dimensioni preoccupanti anche perché riguarda con prevalenza la fascia della popolazione tra  i 20-40 anni, la cui prospettiva di permanenza all’estero non è ancora possibile prevedere né misurare.
Si calcola che oltre 100.000 giovani italiani- spesso laureati- lasciano il Paese ogni anno, senza avere al momento prospettive di ritorno.

Secondo le stime di Confindustria la fuga dei giovani all'estero costa all'Italia un punto di Pil all'anno, valutato in 14 miliardi di euro, in perdita di capitale umano. 
In sette anni il fenomeno ha subito un'accelerazione impressionante: 
si è passati dai 21 mila emigrati under 40 del 2008 ai 51mila del 2015. 
Il Csc tiene in considerazione che la spesa familiare per la crescita e l'educazione di un figlio, dalla nascita ai 25 anni, può essere stimata attorno ai 165 mila euro: è come se l'Italia, con l'emigrazione dei suoi giovani, in questi anni avesse perso 42,8 miliardi di euro di "investimenti in capitale umano". 
A questi sprechi va aggiunta la perdita associata alla spesa sostenuta dallo Stato per la formazione di quei giovani che hanno lasciato il paese: 5,6 miliardi se si considera la spesa media per studente dalla scuola primaria fino all'università. 

Nel solo 2015, per intendersi, 14 miliardi nel 2015.


Contemporaneamente in Italia è aumentato in modo veloce e quantitativamente preoccupante l’afflusso di popolazioni in fuga dai paesi  africani ed asiatici. 





Sul piano demografico, le migrazioni fanno diminuire la consistenza della popolazione del luogo di partenza in misura pari al flusso di uscita e fanno aumentare corrispondentemente la consistenza della popolazione del luogo (o dei luoghi) di arrivo. Quale effetto derivato, si produce un cambiamento della struttura per sesso ed età delle due (o più) popolazioni: tra gli emigranti prevalgono i maschi in età produttiva (15-50 anni), il più spesso celibi. Si abbassa, di conseguenza, il rapporto tra maschi e femmine (rapporto di mascolinità) nella popolazione di origine, così come il peso percentuale delle classi di età centrali. L’inverso avviene nella popolazione di arrivo. 


Ulteriori conseguenze si osservano nei riguardi della natalità, della mortalità e della nuzialità. Una misura dei movimenti migratori è data dai tassi di immigrazione ed emigrazione e dalla migrazione netta. Il tasso (o quoziente) di immigrazione è dato dal rapporto tra il numero di immigrati in un dato territorio, in un certo intervallo di tempo, e la consistenza media della popolazione del territorio nell’ intervallo considerato. Analogamente vale la definizione di tasso di emigrazione. La migrazione netta, invece, è la misura assoluta del movimento migratorio ed è data dalla differenza tra il numero degli immigrati e il numero degli emigrati, fissato il territorio e il periodo di tempo.