martedì 11 settembre 2012

Io sono l'ultimo

Voglio cogliere la segnalazione dei nostri amici sardi  del Centro di gravità permanente per ricordare la data dell'8 settembre con alcune testimonianze tratte da "Io sono l’ultimo. Lettere di partigiani italiani (pp. 332, euro 18), testo curato da Stefano Faure, Andrea Liparoto e Giacomo Papi, edito da Einaudi.



Non aggiungo nessuna introduzione, lasciamo che siano le parole della memoria a farsi ascoltare. Da sole.





«Ai ragazzi nelle scuole dico: - Guardate, sono rimasto solo io. Allora diventano piú interessati ancora. Io sono l'ultimo».



Marcello Masini «Catullo», Firenze, 1925, artigiano

«Ventisette anni dopo, una sera del 1971, sento suonare il campanello di casa. Era un tedesco. Dice che ha piacere di parlare con un comandante partigiano. Lo riconosco. E dopo un momento, gli dico: - Lei ha ucciso mio padre».



Carlo Varda «Charles», Chiomonte (Torino), 1925, ferroviere


«Alla mattina ho visto una cassa da morto. Allora mi hanno detto: - Guarda che dobbiamo farti il funerale. Era l'unico modo per portarmi all'ospedale. Avevo un bastoncino per alzare il coperchio. Ma ad Alpignano i tedeschi hanno fermato il carro funebre».



Cesare Mondon «Rino», Collegno (Torino), 1923

«Si chiamava Giambattista, ma il suo nome di battaglia era "Fifa", anche se era coraggiosissimo. È morto nel 1944, a ventitre anni. L'ho saputo sei mesi dopo, a primavera, quando la neve si sciolse sul Monte Caio e il corpo fu ritrovato. Gli porto ancora i fiori. Dev'essere stato importante per me, se mentre ne scrivo me lo rivedo davanti agli occhi. L'unico nostro bacio è stato d'addio».



Anita Malavasi «Laila», Reggio Emilia, 1921, studentessa


«Ai ragazzi dico questo. Pensate le cose impensabili. Si può sopravvivere a una guerra. Si può saltare un cancello alto alto con delle lance acuminate in cima e resistere a un tempo che vuole scambiare la giovinezza con la fame e la morte. Si può scappare dai campi di concentramento in Germania usando un filo di ferro. Si può ritornare a casa quando tutto sembra distrutto e perduto e ricominciare da capo. E sapere, sul treno di ritorno, con le macerie che passano dai finestrini, che a casa ti stanno aspettando tua moglie e tua figlia».

Ferruccio Mazza, Ferrara, 1921, operaio

 
«A novantanove anni, ogni tanto, tendo a cadere. Perdo l'equilibrio e cado. E va bene. Però questa è stata la mia vita e io l'ho vissuta intensamente e con entusiasmo, soffrendo, amando e lottando. E ho continuato a fare. Se no, come si fa?»



Giovanna Marturano, Roma, 1912, studentessa



«In bicicletta si farà un giro di Pisa lasciando una rosa sopra ogni targa. È sempre difficile trovare gente per le commemorazioni, perché da noi gli eccidi piú grandi sono avvenuti d'estate. Ma io credo che qualcuno verrà».



Giorgio Vecchiani «Lungo», Pisa, 1926, impiegato

lunedì 3 settembre 2012

L'Italia dei migranti

L'8 agosto 1991 una nave albanese, carica di ventimila persone, giunge nel porto di Bari. La nave si chiama Vlora. A chi la guarda avvicinarsi appare come un formicaio brulicante, un groviglio indistinto di corpi aggrappati gli uni agli altri. Le operazioni di attracco sono difficili, qualcuno si butta in mare per raggiungere la terraferma a nuoto, molti urlano in coro “Italia, Italia” facendo il segno di vittoria con le dita. La maggior parte di coloro che salirono sulla nave vennero rispediti in Albania ma gli sbarchi continuarono e qualcuno tentò ancora la traversata.

Oggi vivono in Italia quattro milioni e mezzo di stranieri.





In breve questa la scheda del film La nave dolce, documentario di Daniele Vicari appena presentato al Festival di Venezia. Un film che racconta la storia di un paese che ha conosciuto sofferenza, disperazione, miseria ma ha saputo vincere con la solidarietà.

"Il regista italiano, reduce dal successo del film Diaz sui fatti del G8 di Genova, arricchisce la sua filmografia con un'altra pellicola di tema sociale. Questa volta affrontando la tragedia degli immigrati albanesi che pensavano di rifarsi una vita in Italia.
Un episodio tragico che vide i profughi arrivare al porto di Bari affamati e stremati dal viaggio. Molti scesero dalla nave ancora prima che l'imbarcazione fosse ferma in cerca di aiuto e di cure sanitarie. Altri alla conquista di quella libertà tanto vagheggiata dopo decenni di miseria e dittatura comunista. La maggior parte di loro però venne subito fermata e portata dalle autorità italiane dentro lo Stadio della Vittoria di Bari.
Di questi disperati, solo 1.500 circa riuscirono a rimanere in Italia, mentre gli altri furono rispediti a bordo di aerei di Stato in Albania facendogli credere che sarebbero stati trasferiti a Roma. Il sindaco del capoluogo pugliese, Enrico Dalfino, insieme a molti concittadini, diede prova di grande solidarietà, fornendo il proprio aiuto ai profughi.
Vicari per il suo documentario ha raccolto la testimonianza del comandante della nave, Halim Malqi, e di tre persone che allora attraversarono il mare Adriatico sulla Vlora. Tra questi c'era anche Kledi Kadiu, ballerino diventato famoso partecipando ai programmi televisivi di Maria De Filippi, come 'C'è posta per te' e 'Amici'.


mercoledì 29 agosto 2012

Una petizione da firmare




Un gruppo di intellettuali si è mobilitato per difendere la Biblioteca dell'Istituto Italiano di studi filosofici, sfrattata dalla sua sede e finita in un umido ed isolato capannone del napoletano in condizioni di assoluto degrado.

A sostegno del presidente dell'IISF, Gerardo Marotta, e del suo storico impegno per la difesa della cultura occidentale, per la custodia opportuna e necessaria di opere di altissimo valore culturale, per la salvaguardia di secolari tradizioni di pensiero e riflessione, firmiamo l'appello nazionale.

Tra i firmatari:

Remo Bodei

Alberto Burgio

Gaetano Calabrò

Luciano Canfora

Giulietto Chiesa

Gianni Ferrara

Paolo Maddalena

Aldo Masullo

Ugo Mattei

Aldo A. Mola

Tomaso Montanari

Franco Roberti

Stefano Rodotà

Roberto Saviano

Salvatore Settis

Gianni Vattimo

Gustavo Zagrebelsky



lunedì 27 agosto 2012

Le mafie e la crisi economica secondo Saviano


Roberto Saviano ci spiega come e quanto le mafie di tutto il mondo abbiano influenzato la bolla finanziaria in cui ci troviamo, approfittando della crisi di liquidità delle banche e mettendo in circolazione denaro sporco e sistemi illeciti di corruzione e malaffare.

L'allarme non è rivolto solo all'Italia ma a tutti i paesi in difficoltà dal 2008 ad oggi.




domenica 26 agosto 2012

Il partigiano Valentino e i 5 ragazzi del 2012

"La storia di Valentino Marchi non la conoscono in molti. Non compare sui libri della lotta partigiana; è una storia come tanti episodi di guerra. E' la storia di un giovane ucciso tra il buio e il chiaro di una notte invernale con una delle armi più veloci mai costruite. Una storia che finisce nel '45 e rivive nel 2012 grazie a cinque ragazzi che senza stancarsi mai, cercano e annotano storie, le verificano e rendono omaggio a coetanei del passato che altrimenti forse nessuno ricorderebbe..."

Giovanna Pavesi ci presenta così una storia (stra)ordinaria di piena estate raccolta a Montegroppo, tra Emilia e Liguria. Protagonisti 5 giovani che decidono di ricordare un giovane partigiano ucciso a 23 anni mentre difendeva la libertà del suo paese.





Ancora una volta la realtà supera qualunque previsione e ci fa capire quanto sia importante per i giovani di oggi avere capito e compreso la nostra vera storia di italiani. Anche quando tutto intorno sembra immerso nel buio dell'ignoranza.

su Repubblica.it, 26 agosto 2012





venerdì 24 agosto 2012

Come muore la cultura oggi in Italia

La probabile morte di una storica biblioteca che conserva una parte preziosa del patrimonio culturale occidentale. Ecco di cosa si tratta in questo post. Non è la trama di "Fahrenheit 451" di Ray Bradbury ma una nuova amara storia di cultura calpestata e offesa dall'insipienza umana e da una politica distratta, volta a guardare altro e altrove, in questa nostra Italia di fine agosto assediata dal caldo e dall'indifferenza.

Gerardo Marotta tra gli scatoloni della biblioteca sfrattata




"Trecentomila libri, molti dei quali rari, sfrattati da Napoli. Dalla prima edizione italiana dell'Encyclopedie di Diderot e D'Alembert, agli scritti di Giordano Bruno e Benedetto Croce. Rischia di marcire in un capannone preso in affitto a Casoria l'immensa biblioteca dell'Istituto italiano per gli studi filosofici, acquistata dal dopoguerra ad oggi dall'avvocato Gerardo Marotta nelle librerie e dagli antiquari di mezzo mondo. Un patrimonio stimato in dieci milioni.
Un tesoro che Marotta considera preso a calci dalle istituzioni. "I volumi  -  protesta  -  moriranno in un capannone della periferia. È un insulto alla cultura, un assassinio commesso dall'inerzia della Regione. L'amministrazione ha promesso di creare una biblioteca per l'istituto da più di dieci anni. Ho una sfilza di delibere nel cassetto e ora la giunta Caldoro ritratta. È stata una battaglia infinita, mi hanno lasciato solo". Dopo l'addio di Roberto De Simone, che ha portato la sua scuola di musica a Portici, ora anche Marotta lancia il suo j'accuse. Lo fa da un appartamento di viale Calascione dove si trovano 50 mila libri della collezione. Al piano di sotto c'è la sua casa studio affacciata sul golfo. Il resto della biblioteca è sparso invece in altri tredici appartamenti e depositi presi in affitto dall'istituto a Monte di Dio."

"Quanto conta la cultura per la politica?", si chiede affranto Gerardo Marotta.

E' quello che vorremmo sapere anche noi.








di Gerardo Marotta

sabato 18 agosto 2012

Il Capo dello Stato, la Consulta e la Costituzione

Per capire meglio le questioni di diritto e competenza giuridica ma anche di comportamento auspicabile in casi delicati non previsti dal dettato costituzionale, consiglio di leggere l'analisi puntuale di Gustavo Zagrebelsky, presidente nel 2004 della Corte Costituzionale  e giurista finissimo, pubblicata su  Repubblica del 17 agosto. Zagrebelsky si esprime, con l'equilibrio dell'uomo di legge e la saggezza del cittadino accorto, sulla questione delle intercettazioni (involontarie)  del presidente Napolitano da parte dei giudici di Palermo, sulla sua successiva richiesta alla Consulta e la prevedibile risposta, ancora in sospeso, della stessa. 

Chi sta dalla parte della ragione? E' vero che la Costituzione prevede questa "protezione" del capo dello Stato? E' possibile invocare, da parte di chi questa carica detiene pro-tempore, misure di protezione a carattere "ereditario", quasi si trattasse si istituzione monarchica? Esiste una flessibilità interpretativa della Costituzione? Quali i suoi margini?

La riflessione si apre richiamando l'eterogenesi dei fini dell'agire umano, ovvero quell'agire che scaturisce certo dalle nostre intenzioni ma le cui conseguenze si definiscono anche in seguito ad altri fattori concomitanti o confluenti non legati al nostro volere o all'intento personale.
E tuttavia, pur non avendo responsabilità totale di ciò che involontariamente dal volere iniziale scaturisce, ognuno di noi si porta dietro il comportamento adottato nelle varie fasi dello sviluppo dell'evento. Di questo ciascuno è assolutamente responsabile, e a questo il giurista fa appello rivolgendosi al Presidente della Repubblica, con la ripetute domande, quasi retoriche, che chiudono il suo intervento.

Una lezione di diritto costituzionale e di saggezza politica


di Gustavo Zagrebelsky