martedì 27 ottobre 2015

le strade dei migranti

Nella carta sono ritratte le principali rotte migratorie verso l’Europa in partenza dalle maggiori aree di instabilità e di conflitto in Africa e Medio Oriente. 

Siria e Iraq si confermano l’epicentro di un fenomeno che origina anche da Afghanistan, Corno d’Africa e Golfo di Guinea, trovando uno snodo fondamentale in Libia.



venerdì 16 ottobre 2015

Bill of rights

L'Inghilterra verso la monarchia costituzionale



Il Bill of Rights è l'atto con cui il parlamento, dopo la Glorious Revolution del 1688, dichiarò decaduto re Giacomo II Stuart e riconobbe la successione al trono di sua figlia Maria e del genero Guglielmo d'Orange e, in caso di mancanza di eredi diretti, di Anna, sorella di Maria, e dei discendenti, purché di religione protestante. 

Inoltre l'atto limitava fortemente le prerogative regie, assegnando al parlamento il controllo delle finanze, escludendo ogni interferenza del re nell'amministrazione della giustizia e garantendo piena libertà di parola ai membri del parlamento. Veniva riaffermato il principio secondo il quale il sovrano, nella sua qualità di capo dell'esecutivo, era sottoposto alle leggi e poteva essere privato dei suoi poteri dallo stesso parlamento qualora avesse rifiutato di sottoporsi a tali leggi. Al sovrano era negata la prerogativa di sospendere l'applicazione delle leggi stesse. Era inoltre tutelata la libertà delle elezioni parlamentari. 

L'atto fu solennemente accettato da Maria e da Guglielmo prima della loro incoronazione. 

Alcuni punti del documento si ritrovano nelle costituzioni di tutti gli stati che compongono la federazione americana.




Esercitazioni:

ricostruire la storia costituzionale inglese dalla Magna Charta libertatum (1215):
elencare le conquiste e i loro contenuti

indicare la differenza tra monarchia costituzionale e monarchia parlamentare

presentare il sistema parlamentare inglese oggi

lunedì 12 ottobre 2015

la strage dei pacifisti curdi ad Ankara

ANKARA, 10 ottobre: il corteo dopo le esplosioni, 128 morti tra i giovani pacifisti

Dopo le due bombe fatte esplodere alla manifestazione pacifista organizzata ad Ankara dall’Halkların Demokratik Partisi (Partito democratico dei Popoli HDP, in kurdo Partiya Demokratîk a Gelan), facendo almeno 128 morti e oltre 500 feriti, la Koma Civakên Kurdistan (Unione delle comunità Kurde – KCK) ha sottolineato che «Il potenziamento della lotta democratica è l’unico modo per eliminare la mentalità e le politiche che hanno causato questo massacro e il conflitto nel Paese», e ha invitato «Tutte le forze democratiche, i popoli della Turchia e il popolo curdo a  protestare contro la strage di Ankara e i suoi autori».
La KCK sa bene che la strage di Ankara contro l’HDP e il popolo pacifista, ambientalista e di sinistra è in realtà la terza strage di massa, dopo quelle di Amed e Suruç, da quando sono state indette le nuove elezioni anticipate in Turchia, e che la strage di Ankara e l’ultima maglia di una catena di sangue con la quale esercito, polizia, bande di estremisti islamisti, nazionalisti e fascisti hanno punteggiato la campagna elettorale nel Kurdistan Turco, seminando la morte e la paura a Cizre, Farqin, Nusaybin, Şırnak e in altri insediamenti curdi, per impedire all’HDP di fare campagna elettorale e per indicare all’elettorato turco questo Partito federalista, progressista, democratico, ambientalista e multietnico come un pericolo per la “stabilità” e l’unità della Turchia.
La KCK, dopo aver espresso le sue condoglianze alle famiglie dei martiri  e alle forze democratiche colpite dagli attentati e dalla repressione, ha detto che «Il governo dell’AKP (Adalet ve Kalkınma Partisi, Partito della giustizia e dello sviluppo, ndr)   è il responsabile di questo massacro, visto che «La mentalità e politiche dell’AKP all’interno e all’esterno del Paese hanno portato la Turchia a questo punto. L’AKP non può assolvere se stesso da questo massacro dando la colpa ad altre organizzazioni», La KCK  ribadisce che l’AKP ha sempre collaborato con lo Stato Islamico/Daesh  e movimenti simili e che ne condivide l’indirizzo politico autoritario, confessionale e reazionario.
«Sostenere  che questi massacri sono stati perpetrati dallo Stato Islamico o da alcune altre organizzazioni simili – dicono i kurdi – significherebbe ignorare la mentalità, le politiche, le pratiche e la distorsione della verità. dell’AKP, Il fatto che l’obiettivo di questi massacri siano i circoli sociali che l’AKP vede come un nemico, rivela anche che in realtà è dietro di loro. Utilizzando come una maschera i nomi di alcune organizzazioni, il governo dell’AKP vuole eliminare tutti i circoli dell’opposizione, uno per uno».
IL GENOCIDIO DEI CURDI NELLA STORIA

sabato 10 ottobre 2015

la Chiesa e la guerra


Per riflettere sul peso e il valore anche religioso (ma non solo) che la Chiesa nella storia ha dato alla guerra, confrontiamo due appelli pontifici:
il primo, invita alle crociate con l'espressione "DIO VI CHIAMA!"
il secondo, sottolinea che il "modo migliore per vincere le guerre è non farle!"


Leggi  e ascolta i  due appelli





2015: l'appello di Papa Francesco a Roma


rifletti e rispondi

quale concezione ciascun appello consegna della guerra?

come viene motivata dai due pontefici la propria posizione?

perchè a tuo parere  la posizione di Papa Francesco è diversa da quella di Urbano II?

domenica 12 luglio 2015

Srebrenica, luglio 1995: il genocidio troppo a lungo ignorato




Quello di Srebrenica è il genocidio più atroce dopo la Seconda guerra mondiale: la comunità internazionale non agì per impedire la caccia all'uomo di coloro che fuggivano verso Tuzla, non agì per impedire, non agì per impedire la pulizia etnica e non agì per impedire gli stupri: questa è una responsabilità che ci portiamo dietro tutti"

Così ha detto la presidente della Camera Laura Boldrini arrivando a Potocari per partecipare alla cerimonia di commemorazione delle ottomila vittime del genocidio perpetrato dai cetnici serbi, a danno della comunità rom musulmana, nel luglio del 1995


"A Srebrenica sono passati solo vent’anni. Ne sono passati cento fra Turchia e Armenia, e la fossa è ancora spalancata. Gli abitanti di Srebrenica sono rimasti in pochi, 5 mila, forse 7, e fra quei pochi l’odio non si è stancato, o si è rimpiattato dietro la rimozione. Però ci sono queste persone che a fare la pace si impegnano davvero. Donne soprattutto: scamparono grazie a quello spirito cavalleresco non solo serbo che insegna a sterminare gli uomini – tutti, dai 13 anni ai 70 e oltre - e a risparmiare le donne, dopo averle stuprate.
Le donne scamparono per testimoniare e per aspettare che fossero restituiti i frantumi dei loro cari. Si continua a ricomporli, estratti a volte da fosse distanti, dopo che furono stritolati e rimescolati per cancellarne le prove. Ogni anno, quella che per i più è una commemorazione è per alcune il primo funerale, la prima sepoltura tributata: 138, questa volta. Su 8.372 persone scomparse, sono stati rintracciati finora i resti di 7.100. Più di 1.200 mancano ancora. Vorrei accostare questa lunga impresa pietosa al recupero italiano delle salme degli annegati dello scorso aprile(...)"



un testimone sopravvissuto ricorda:
 
VORNIK - La casa ha le finestre murate coi mattoni, è abbandonata e nessuno ci tornerà a vivere. Zijo dice che "è uguale a quella notte". Quando arrivò la banda dei cetnici di Simo, e nella casa erano radunate tutte le famiglie del villaggio. "Là dentro sono rimasti i vestiti strappati alle donne stuprate. Ci hanno tirato fuori, e messi in fila. Qui, proprio qui dove sono io adesso, hanno violentato la mia sorella più grande che aveva 17 anni. Poi hanno costretto due uomini anziani a fare sesso orale fra loro. E poi ci hanno caricato sui camion".

Zijo Ribic ha ora trent'anni, piccolo di statura e robusto. Questo è Skocic, il suo villaggio, poche case alla periferia di Zvornik. Vicino scorre la Drina, che è il confine con la Serbia. Srebrenica è a una sessantina di chilometri. Skocic era dove stavano i Rom, i "Rom neri" come si chiamano fra loro, cioé musulmani, mentre "Rom bianchi" sono quelli ortodossi. La notte che Zijo racconta è quella del 12 luglio 1992, tre  anni esatti prima dell'eccidio di Srebrenica di cui si celebra ora il ventennale. continua qui
 

martedì 16 giugno 2015

Zygmunt Bauman: società liquida, noi e i migranti

 

«Siamo ostaggi del nostro benessere per questo i migranti ci fanno paura»

Intervista di W. Goldkorn a Z. Bauman

ZYGMUNT Bauman, oggi uno dei pensatori più influenti del mondo, è stato più volte esule. La prima volta, quando nel 1939, giovane ebreo, scappò dalla Polonia verso la Russia, in condizioni simili a quelle dei profughi che, scampati alle guerre e alla traversata del Mediterraneo, sono in questo momento oggetto più delle nostre paure che di nostra solidarietà. E la dialettica dell’integrazione ed espulsione dei gruppi sociali ai tempi della modernità è uno dei temi che più ha approfondito nelle sue opere. Con Bauman abbiamo parlato di quello che intorno alla questione profughi succede in questi giorni in Italia; tra una destra razzista e una sinistra che stenta ad affrontare le paure di una parte della popolazione.....


dal blog di Francesco Virga



Umberto Eco ne parla sull'Espresso
29 maggio 2015

martedì 2 giugno 2015

festa della Repubblica italiana




COSA SIGNIFICA QUESTA DATA

Il 2 giugno 1946 in Italia si svolse il primo Referendum istituzionale. Gli italiani furono chiamati a scegliere tra repubblica e monarchia. Il voto fu per la prima volta a suffragio universale con la partecipazione delle donne e l'affluenza fu dell’ 89,1% degli aventi diritto. Lo stesso giorno si votò per l’Assemblea Costituente, che darà all’Italia la sua Costituzione alla fine dell’anno successivo. Furono le prime elezioni libere dopo il fascismo. La campagna per la repubblica non fu semplice. La guerra di liberazione aveva visto combattere insieme i comunisti delle brigate Garibaldi, gli azionisti di giustizia e libertà, il fronte militare di fede monarchica, tutti rappresentati nel Cln e in contatto con gli alleati e con il governo Badoglio; la democrazia cristiana aveva deciso di lasciare "libertà di coscienza" ai suoi elettori. 

LA PARTECIPAZIONE DEI GIOVANI
“I principali protagonisti della campagna elettorale furono i giovani, la presenza più visibile nelle manifestazioni con cartelli fatti a mano, bellissimi con caricature, fotomontaggi, scritte fantasiose, bandiere, canzoni. Erano loro ad affiggere i manifesti con la colla casalinga, acqua e farina cucinate dal madri compiacenti, a fare le scritte di vernice rossa o inchiostro da stampa, se c'era qualche tipografia amica. Erano loro a distribuire volantini, a animare i dibattiti di strada e a insegnare a votare. Alla generazione che non aveva mai esercitato il diritto di voto si aggiungevano gli anziani che lo avevano dimenticato, molti dei quali analfabeti, e infine le donne. Per la prima volta c'erano donne in lista, per la prima volta, fra dubbi, perplessità, sfiducia di molti progressisti, tutte le donne italiane andavano a votare e a loro si poneva, oltre al problema dell'orientamento politico, quello dell'esercizio materiale del voto. Furono proprio ragazzi e ragazze a studiare i regolamenti e a spiegare ai coetanei e ai più anziani, cominciando dalla propria famiglia, «come si vota». C'erano gli antifascisti riottosi che insistevano per firmare la scheda «perché io non ho paura di nessuno», repubblicani decisi a cancellare con una croce il simbolo degli odiati Savoia e soprattutto uomini e donne che temevano di sbagliare, di confondersi, di farsi vincere dall'emozione e chiedevano di portarsi nella cabina un congiunto o un compagno più preparato.  E per molti amarezza di non poter votare. Ragazzi di 19-20 anni appena scesi dalle montagne dove avevano combattuto, comandato formazioni partigiane, subito carcere e tortura, ragazze che avevano rischiato la vita ogni giorno portando armi, viveri e ordini nelle borse della spesa, arrancando in bicicletta fra un posto di blocco tedesco e un ponte crollato, non accettavano facilmente di non essere considerati idonei ad una operazione semplice e non rischiosa come il voto, di non essere chiamati a decidere sulla sorte del paese che avevano liberato. Ma si votava a 21 anni compiuti, bisognava rassegnarsi a insegnare agli altri a votare “( Bianca Bracci Torsi, ex partigiana)

CHI NON VOTO’
Non poterono votare i circa 3 milioni di cittadini della Venezia-Giulia, territori che furono ceduti solo l'anno successivo con il  Trattato di Parigi del 1947.Non fu possibile neppure votare per coloro che prima della chiusura delle liste elettorali (aprile 1945) si trovavano ancora fuori del territorio nazionale nei campi di prigionia o di internamento all'estero, o comunque non sul territorio nazionale. Di queste centinaia di migliaia di persone non furono ammesse al voto neppure quelle rientrate tra la data di chiusura delle liste e le votazioni.

I RISULTATI
Il 54,3% degli elettori sceglie la repubblica, con un margine di appena 2 milioni di voti, decretando la fine della monarchia e l’esilio dei Savoia. Al Nord Repubblica e Monarchia avevano ottenuto, rispettivamente, il 64,8% ed il 35,2%. Al centro, il 63,4% ed il 36,6%. La situazione era rovesciata al Sud, dove la Monarchia si collocava in testa con il 67,4% contro il 32,6% e  nelle isole, con il 64% contrapposto al 36%. Il capoluogo di provincia più repubblicano era Ravenna, con una percentuale del 91,2%, che oggi si definirebbe “bulgara”. Seguiva a ruota Forlì con l’88,3%. Siciliani i comuni più monarchici: Messina (85,4%) e Palermo (84,2%). I risultati sorpresero un po’ tutti. La maggioranza repubblicana del Centro-Nord era inferiore alle aspettative, come lo era quella monarchica nelle altre regioni. Qualche delusione per i monarchici era venuta dal Piemonte, culla della dinastia sabauda, dove, non soltanto la Repubblica aveva prevalso, ma si era affermata in tutti i capoluoghi. Ma soprattutto i risultati colpirono perché dalla prova elettorale sembravano emergere due  Italie, che poteva essere difficile conciliare tra loro e ricondurre ad unità, almeno dal punto di vista politico e spirituale. La spaccatura tra un Sud prevalentemente monarchico ed il Centro-Nord repubblicano fotografò la diversa storia delle due parti del Paese, l’una passata quasi insensibilmente dal fascismo alla monarchia di Brindisi e di Salerno, l’altra invasa dai nazisti e  liberata dopo venti mesi di una guerra feroce ( Stefania Maffeo) 

LA SECONDA LIBERAZIONE
L’annuncio della vittoria della repubblica  fu come una seconda liberazione: “mentre i rotocalchi preparavano i servizi fotografici di Umberto in borghese col solito fatuo sorriso sulla scaletta dell'aereo che ce lo avrebbe alla fine portato via, giovani e anziani, elettori e non invasero le strade cantando, gridando, abbracciandosi, sventolando, insieme a tante bandiere rosse, il tricolore con un gran buco in mezzo al bianco, dove era stato lo stemma sabaudo” (Bianca Bracci Torsi)