martedì 16 giugno 2015

Zygmunt Bauman: società liquida, noi e i migranti

 

«Siamo ostaggi del nostro benessere per questo i migranti ci fanno paura»

Intervista di W. Goldkorn a Z. Bauman

ZYGMUNT Bauman, oggi uno dei pensatori più influenti del mondo, è stato più volte esule. La prima volta, quando nel 1939, giovane ebreo, scappò dalla Polonia verso la Russia, in condizioni simili a quelle dei profughi che, scampati alle guerre e alla traversata del Mediterraneo, sono in questo momento oggetto più delle nostre paure che di nostra solidarietà. E la dialettica dell’integrazione ed espulsione dei gruppi sociali ai tempi della modernità è uno dei temi che più ha approfondito nelle sue opere. Con Bauman abbiamo parlato di quello che intorno alla questione profughi succede in questi giorni in Italia; tra una destra razzista e una sinistra che stenta ad affrontare le paure di una parte della popolazione.....


dal blog di Francesco Virga



Umberto Eco ne parla sull'Espresso
29 maggio 2015

martedì 2 giugno 2015

festa della Repubblica italiana




COSA SIGNIFICA QUESTA DATA

Il 2 giugno 1946 in Italia si svolse il primo Referendum istituzionale. Gli italiani furono chiamati a scegliere tra repubblica e monarchia. Il voto fu per la prima volta a suffragio universale con la partecipazione delle donne e l'affluenza fu dell’ 89,1% degli aventi diritto. Lo stesso giorno si votò per l’Assemblea Costituente, che darà all’Italia la sua Costituzione alla fine dell’anno successivo. Furono le prime elezioni libere dopo il fascismo. La campagna per la repubblica non fu semplice. La guerra di liberazione aveva visto combattere insieme i comunisti delle brigate Garibaldi, gli azionisti di giustizia e libertà, il fronte militare di fede monarchica, tutti rappresentati nel Cln e in contatto con gli alleati e con il governo Badoglio; la democrazia cristiana aveva deciso di lasciare "libertà di coscienza" ai suoi elettori. 

LA PARTECIPAZIONE DEI GIOVANI
“I principali protagonisti della campagna elettorale furono i giovani, la presenza più visibile nelle manifestazioni con cartelli fatti a mano, bellissimi con caricature, fotomontaggi, scritte fantasiose, bandiere, canzoni. Erano loro ad affiggere i manifesti con la colla casalinga, acqua e farina cucinate dal madri compiacenti, a fare le scritte di vernice rossa o inchiostro da stampa, se c'era qualche tipografia amica. Erano loro a distribuire volantini, a animare i dibattiti di strada e a insegnare a votare. Alla generazione che non aveva mai esercitato il diritto di voto si aggiungevano gli anziani che lo avevano dimenticato, molti dei quali analfabeti, e infine le donne. Per la prima volta c'erano donne in lista, per la prima volta, fra dubbi, perplessità, sfiducia di molti progressisti, tutte le donne italiane andavano a votare e a loro si poneva, oltre al problema dell'orientamento politico, quello dell'esercizio materiale del voto. Furono proprio ragazzi e ragazze a studiare i regolamenti e a spiegare ai coetanei e ai più anziani, cominciando dalla propria famiglia, «come si vota». C'erano gli antifascisti riottosi che insistevano per firmare la scheda «perché io non ho paura di nessuno», repubblicani decisi a cancellare con una croce il simbolo degli odiati Savoia e soprattutto uomini e donne che temevano di sbagliare, di confondersi, di farsi vincere dall'emozione e chiedevano di portarsi nella cabina un congiunto o un compagno più preparato.  E per molti amarezza di non poter votare. Ragazzi di 19-20 anni appena scesi dalle montagne dove avevano combattuto, comandato formazioni partigiane, subito carcere e tortura, ragazze che avevano rischiato la vita ogni giorno portando armi, viveri e ordini nelle borse della spesa, arrancando in bicicletta fra un posto di blocco tedesco e un ponte crollato, non accettavano facilmente di non essere considerati idonei ad una operazione semplice e non rischiosa come il voto, di non essere chiamati a decidere sulla sorte del paese che avevano liberato. Ma si votava a 21 anni compiuti, bisognava rassegnarsi a insegnare agli altri a votare “( Bianca Bracci Torsi, ex partigiana)

CHI NON VOTO’
Non poterono votare i circa 3 milioni di cittadini della Venezia-Giulia, territori che furono ceduti solo l'anno successivo con il  Trattato di Parigi del 1947.Non fu possibile neppure votare per coloro che prima della chiusura delle liste elettorali (aprile 1945) si trovavano ancora fuori del territorio nazionale nei campi di prigionia o di internamento all'estero, o comunque non sul territorio nazionale. Di queste centinaia di migliaia di persone non furono ammesse al voto neppure quelle rientrate tra la data di chiusura delle liste e le votazioni.

I RISULTATI
Il 54,3% degli elettori sceglie la repubblica, con un margine di appena 2 milioni di voti, decretando la fine della monarchia e l’esilio dei Savoia. Al Nord Repubblica e Monarchia avevano ottenuto, rispettivamente, il 64,8% ed il 35,2%. Al centro, il 63,4% ed il 36,6%. La situazione era rovesciata al Sud, dove la Monarchia si collocava in testa con il 67,4% contro il 32,6% e  nelle isole, con il 64% contrapposto al 36%. Il capoluogo di provincia più repubblicano era Ravenna, con una percentuale del 91,2%, che oggi si definirebbe “bulgara”. Seguiva a ruota Forlì con l’88,3%. Siciliani i comuni più monarchici: Messina (85,4%) e Palermo (84,2%). I risultati sorpresero un po’ tutti. La maggioranza repubblicana del Centro-Nord era inferiore alle aspettative, come lo era quella monarchica nelle altre regioni. Qualche delusione per i monarchici era venuta dal Piemonte, culla della dinastia sabauda, dove, non soltanto la Repubblica aveva prevalso, ma si era affermata in tutti i capoluoghi. Ma soprattutto i risultati colpirono perché dalla prova elettorale sembravano emergere due  Italie, che poteva essere difficile conciliare tra loro e ricondurre ad unità, almeno dal punto di vista politico e spirituale. La spaccatura tra un Sud prevalentemente monarchico ed il Centro-Nord repubblicano fotografò la diversa storia delle due parti del Paese, l’una passata quasi insensibilmente dal fascismo alla monarchia di Brindisi e di Salerno, l’altra invasa dai nazisti e  liberata dopo venti mesi di una guerra feroce ( Stefania Maffeo) 

LA SECONDA LIBERAZIONE
L’annuncio della vittoria della repubblica  fu come una seconda liberazione: “mentre i rotocalchi preparavano i servizi fotografici di Umberto in borghese col solito fatuo sorriso sulla scaletta dell'aereo che ce lo avrebbe alla fine portato via, giovani e anziani, elettori e non invasero le strade cantando, gridando, abbracciandosi, sventolando, insieme a tante bandiere rosse, il tricolore con un gran buco in mezzo al bianco, dove era stato lo stemma sabaudo” (Bianca Bracci Torsi)



domenica 24 maggio 2015

24 maggio 1915

 
Cento anni fa l'ingresso dell'Italia nel primo conflitto mondiale. Era il 24 maggio 1915

In Italia si contarono  650 mila caduti militari e circa 600 mila vittime civili. Nel primo conflitto mondiale il prezzo pagato dal nostro paese fu altissimo. A decidere l'entrata in guerra il Re e il gruppo dirigente liberale. Ma la maggior parte del Paese era contrario al conflitto Grande Guerra, coinvolti 28 paesi. 
 
Ventisei milioni di vittime, la metà civili nel conflitto mondiale che coinvolse 28 paesi tra l'estate del 1914 e la fine del 1918. La Grande Guerra vide la contrapposizione delle forze dell’Intesa – Francia, Gran Bretagna, Russia, Italia e loro alleati - , e gli Imperi Centrali – Austria, Ungheria, Germania e loro alleati ma ha avuto una dimensione mondiale perché è stata combattuta oltre i confini dell’Europa: nell' Impero ottomano, nelle colonie tedesche in Asia e su tutti i mari. 

domenica 17 maggio 2015

INVITO

In occasione dell'incontro sarà possibile visitare il Museo Etneo delle Migrazioni con la guida degli studenti

giovedì 30 aprile 2015

30 APRILE1975: cade Saigon

"Parafrasando il motto di un celebre film americano si potrebbe prendere a prestito la frase citata da Robin Williams (che interpretava il disc jockey dell'aviazione statunitense Adrian Cronauer) per ricordare che 40 anni fa finiva la guerra del Vietnam, con gli americani pronti a dire "goodbye" al Paese. Le immagini di questa galleria, a guardarle così sembrano lontane anni luce e chi oggi ha vent'anni non ha neppure il ricordo di quella tragedia se non per averla vista sul grande schermo o in tv. 



Eppure queste sono foto che raccontano un pezzo di storia del mondo. Immagini che hanno mobilitato i giovani che chiedevano pace invece che guerra. Su quella tragedia sono stati scritti libri, girati film, organizzati concerti. Il comune denominatore era il no all'Imperialismo, sì all'autodeterminazione dei popoli attraverso la democrazia e non ai conflitti. 
Una prova durissima per l'immagine degli Stati Uniti che contava i morti (da entrambe le parti) e subiva lo smacco per non aver avuto ragione di un popolo e di pezzo di terra così piccolo rispetto a loro. 

Il 30 aprile 1975 è una data simbolo: cadeva Saigon, capitale del Vietnam del Sud, ponendo così fine alla guerra durata venti anni. In questa galleria gli scatti dell'epoca che rievocano gli ultimi giorni del conflitto e che restano nella memoria di più di una generazione" 

Repubblica, 30 aprile 2015

sabato 25 aprile 2015

La Risiera di San Sabba

Nel novembre 2014 ho visitato a Trieste la Risiera di San Sabba. Neanche adesso, a distanza di mesi, riesco a parlarne facilmente, tanto è stato il turbamento provato nel percorrere i corridoi e gli spazi aperti e chiusi di questo campo di sterminio, così forte la commozione, il dolore, l'indignazione per tutto il male che qui ha trovato dimora fino al 1945, con la complicità di tanti che si definivano italiani. Le foto sono state scattate nel corso di quella indimenticabile visita.

"La risiera costruita nel 1913 nel quartiere di San Sabba a Trieste dapprima divenne il Stalag 339 campo di prigionia per i militari italiani dopo l’8 settembre 1943 Poi divenne Polizeihaftlager Campo di detenzione di polizia, usato sia come campo di passaggio per gli ebrei da inviare poi allo sterminio in Germania e in Polonia (a Dachau, Auschwitz, Mauthausen), sia alla detenzione e eliminazione di ostaggi, militari, oppositori, politici partigiani, antifascisti, esponenti della resistenza italiana, slovena e croata.

Il campo di San Sabba ha questa sua peculiarità: è un campo di sterminio delle idee e del dissenso, non necessariamente legato alla follia della dottrina razziale nazista. Nelle celle si sono trovate migliaia di documenti d’identità, che sono stati prelevati dalle truppe jugoslave che per prime entrarono nella Risiera e furono portate a Lubiana, dove sono conservati ancora oggi presso l’Archivio della Repubblica di Slovenia.


Nel cortile interno della Risiera il forno crematorio, collaudato il 4 aprile 1944 dalle migliori intelligenze naziste che si erano contraddistinte nei lager di tutta l’Europa e che per un tragico destino si erano riunite qui a Trieste. Il forno fu fatto saltare con la dinamite dai nazisti in fuga alla fine dell’aprile 1945. 

il luogo dove era stato costruito il forno crematorio, poi distrutto






Nei resti del forno, la mazza, una mazza ferrata del tipo di quelle usate nel medioevo, che veniva usata per dare il colpo finale sulla nuca dell’internato prima di gettarlo alle fiamme, vivo o morto che fosse, oppure era usata per spezzare le ossa delle giunture e delle articolazioni o per torturarlo in altro modo, come solo la crudeltà dell’uomo sa concepire, al di là di ogni fantasia.I prigionieri che venivano uccisi non provenivano solo dal campo di San Sabba ma anche da altre carceri della città come il Coroneo, e, a volte, da fuori.
Ci sono rimaste le loro testimonianze, graffiate sui muri delle celle, e le lettere che esprimono quello che solo chi ha vissuto queste cose sulla propria pelle riesce ad esprimere. In particolare la lettera alla fidanzata del triestino Pino Robusti, prigioniero politico.







la lettera di Pino Robusti a Laura, nel museo della Risiera



Le esecuzioni avvenivano di notte, e i prigionieri dalle celle le sentivano anche se in quelle notti i motori dei camion andavano a pieno regime, e col rumore dei motori coprivano le urla di chi veniva ucciso. I prigionieri venivano gassati dai gas di scarico dei camion appositi, fucilati, o uccisi colla mazza ferrata. I sopravvissuti, che udivano questo dalle celle, hanno ricordi auditivi, non grida ma il rombo dei motori, le musiche ad altissimo volume, delle marce tedesche e di “Lilì Marlene” i latrati dei cani delle guardie, e poi il silenzio tragico della morte.



le celle dei prigionieri

L’odore acre della carne che bruciava nei forni riempiva l’aria e arrivava fino alle celle dei prigionieri.Ed il giorno dopo, persone che non esistevano più, solo mucchi di cenere che venivano sparsi nel mare dell’Adriatico. 



il monumento che alla Risiera ricorda la ciminiera del forno crematorio


Quante sono state le persone uccise allo interno della risiera di San Sabba? Circa 5000 persone, cristiani e atei appartenenti alla resistenza, alle file dei partigiani, oppositori e ostaggi. Qualcuno parla di cifre maggiori. Non vengono calcolate le migliaia di persone che qui vennero raccolte, (principalmente ebrei) e poi mandate a morire nei campi di sterminio in Germania e in Polonia (a Dachau, Auschwitz, Mauthausen) "

ceneri dei prigionieri deportati da Trieste in altri campi di sterminio

Solo nel 1965 lo Stato Italiano dichiara la Risiera di San Sabba monumento nazionale.
Se vi trovate a passare da Trieste, visitarla è un dovere civile

siciliani che lottarono per la Resistenza



segnalato da Francesca Gullotta


Nunzio Di Francesco al Liceo Leonardo di Giarre


Venivano da Cefalù, da Militello, da Regalbuto e si ritrovarono a
combattere al Nord contro i nazifascisti. I settant’anni dalla Liberazione
sono l’occasione per tornare a riflettere sul contributo
dei siciliani impegnati nella Resistenza: 
lo facciamo con
la guida di Rosario Mangiameli, docente di storia contemporanea
a Catania e punto di riferimento per ogni discorso sugli anni cruciali
che portano alla nascita della democrazia in Italia......


STORIE DI SICILIANI CHE LOTTARONO PER LA RESISTENZA