mercoledì 29 gennaio 2020

l'Italia del Cinquecento: guerre e invasioni

Le Guerre d’Italia  furono una serie di conflitti tra le potenze europee, combattute prevalentemente sul suolo italiano dal 1494 al 1559.
Obiettivo finale, attraverso i successi nella penisola italiana,  era in effetti la supremazia in Europa delle grandi monarchie nazionali che si erano formate nel Quattrocento
Scatenate inizialmente dai sovrani francesi per far valere diritti ereditari sul Regno di Napoli (Carlo VIII) e poi sul Ducato di Milano (Luigi XII), coinvolsero, oltre alla Francia, la Spagna, la Svizzera e il Sacro Romano Impero.
Al termine delle guerre, dopo una iniziale affermazione francese a Milano,  
la Spagna di Carlo V si affermò come la principale potenza continentale, ponendo gran parte della penisola italiana sotto la sua dominazione diretta (Napoli, Milano e Stato dei Presidi) o indiretta.

Seppero mantenere una certa autonomia il Ducato di Savoia (legato alla Francia) e la Repubblica di Venezia.

Il Papato, pur autonomo e forte del prestigio artistico raggiunto nel Rinascimento,  risultava  tuttavia legato alla Spagna dalla comune politica di far prevalere in Europa la Controriforma cattolica



Pace di Lodi, 1454
Signorie e Principati della penisola raggiungono un accordo 
dopo la fine della guerra dei Cento anni e la caduta di Costantinopoli 
( entrambe avvenute nel 1453),

per difendersi dagli attacchi stranieri

il progetto difensivo si confermò fino al 1492, anno della morte di Lorenzo il Magnifico




Carlo VIII, rafforzatosi in Francia, entrò in Italia nel 1494
rivendicando il diritto al trono di Napoli (in quanto discendente di Maria d’Angiò), sua nonna paterna.
L’impresa è favorita dagli stessi stati italiani:
– a Milano, Ludovico Sforza, detto il Moro, vuole colpire Ferrante I che sostiene il potere legittimo del nipote Gian Galeazzo Sforza(che ha sposato una nipote di Ferrante e che  non può governare a Milano )
– Venezia desidera la rovina del re aragonese che favorisce la Puglia e i suoi porti
–  a Firenze, invece, gli avversari dei Medici sperano in un cambiamento di regime politico
– nello  Stato pontificio, i cardinali avversi al Papa spagnolo Alessandro VI (Borgia) sperano che la discesa di Carlo VIII porti a deporlo ed eleggere  Giuliano della Rovere (il futuro Giulio II).

Carlo VIII si assicura la neutralità delle maggiori potenze europee con una serie di concessioni territoriali e finanziarie.
L’imponente esercito francese attraversa senza ostacoli la penisola e raggiunge Napoli il 22 febbraio 1495, accolto trionfalmente  dal ceto baronale, 
per tradizione filofrancese e ostile alla monarchia.
Nel frattempo si scatena un vero e proprio terremoto politico:
– a Milano Ludovico il Moro eredita il Ducato dal nipote Gian Galeazzo
– a Firenze la rivolta di Savonarola caccia i Medici e proclama la Repubblica (durerà fino al 1512)
– Venezia si impadronisce di alcuni porti pugliesi.

Ma il trionfo stesso di Carlo VIII spaventa le diverse forze che ne hanno favorito la discesa: lo Stato pontificio, Milano e Venezia si coalizzano, formando una lega antifrancese che ottiene l’appoggio dell’imperatore Massimiliano e della Spagna
Carlo VIII è costretto a ritirarsi.
A Carlo VIII succede nel1498 il cugino Luigi XII, che avanza pretese sul Ducato di Milano,  come discendente dei Visconti, spodestati del 1450 dagli Sforza.
Ancora una volta la guerra è preceduta dalla diplomazia: Luigi si assicura l’appoggio di Venezia e del papa.


Ecco la penisola nel 1499, alla vigilia della seconda  invasione francese di Luigi XII






Milano è espugnata il 2 settembre 1499. 
Ludovico il Moro ripara presso l’Imperatore Massimiliano I.
Insieme alle forze asburgiche, Ludovico riesce a riprendere Milano, ma la riperde nel 1500.
Il 2 novembre 1500 Luigi XII stipula a Granada con Ferdinando il Cattolico, re di Spagna dal 1469 dopo il matrimonio con Isabella di Castiglia,  un trattato di spartizione dell’Italia del sud: ai francesi vengono riservate Campania e Abruzzo e conservano MIlano con l'appoggio della Spagna.
CON QUESTO TRATTATO il re di Spagna voleva riunire al possesso della Sicilia, già spagnola, quello della Calabria e della Puglia, ancora affidate ai discendenti di Alfonso d'Aragona detto il Magnanimo. L'accordo prevedeva la cessione di una parte del regno aragonese, Campania e Abruzzo, alla Francia, in cambio del suo appoggio. A sua volta, Ferdinando avrebbe appoggiato i francesi per la conquista di Milano. L'accordo era segreto  perchè  il re di Napoli  era in quel momento Federico III e lo scopo era di estrometterlo dal potere. Ecco perchè il trattato venne firmato a sua insaputa, ma saltò appena quest'ultimo ne venne a conoscenza.
Va ricordato che  i due regni, Sicilia e Napoli, erano stati separati nel 1458 nel testamento da Alfonso il Magnanimo, dopo la sua precedente unificazione  del 1442 e la creazione del Regno delle due Sicilie.
Alfonso fu detto il Magnanimo per l'importanza rivestita nella sua attività di governo. Quando nel 1442 conquistò Napoli divenne uno dei sovrani più potenti dell’epoca, grazie anche alle sue qualità guerriere. Fu incoronato sovrano dal papa Eugenio IV , donò allo stato pontificio i domini di Benevento e Terracina, fece legittimare dal pontefice il figlio naturale Ferrante, futuro re di Napoli.
Con l’arrivo di Alfonso e il periodo pacifico che caratterizzò il suo regno ci fu in tutto il Mezzogorno d'Italia una notevole ripresa economica. artistica e letteraria. Il sovrano, amante dell’arte e della letteratura, ospitò a Napoli numerosi artisti guadagnandosi l’appellativo di “magnanimo”. 
Alfonso I morì nel Giugno del 1458 lasciando il regno di Napoli a suo figlio Ferrante, quello di Sicilia a suo fratello Giovanni, padre di Ferdinando d'Aragona, futuro re di Spagna in seguito al matrimonio con Isabella di Castiglia nel 1469.

Ma al momento della divisione nasce un conflitto tra i due occupanti e alla fine gli spagnoli hanno la meglio: con il Trattato di Lione del 1504 la Francia è costretta a rinunciare al Regno di Napoli che rimarrà così per due secoli sotto la sfera di influenza spagnola, ormai unificato. Milano rimaneva alla Francia.
Nel 1508 si costituisce  la lega di Cambrai, guidata dal nuovo papa teocratico Giulio II, per frenare  l’espansionismo di Venezia. Francia, Spagna e Impero lo appoggiano.

1511-1512: gli svizzeri, spinti dal papa,  cacciano i francesi da Milano con la Lega Santa (Venezia,  Impero, Svizzera, Spagna, Inghilterra). 
Tornano gli Sforza a Milano, a Firenze i Medici.
1515: il nuovo re di Francia, Francesco I, scende ancora in Italia per conquistare Milano e sconfigge gli svizzeri a Melegnano (da questo momento inizia la neutralità bellica degli svizzeri).

Così il  re di Francia Francesco I, assieme ai Veneziani, riconquista il Ducato di Milano.

INFINE 

Promosso dal nuovo Papa Leone X dei Medici (figlio di Lorenzo il Magnifico),
ll trattato di Noyon (1516) attribuisce

– alla Spagna il Regno di Napoli e di Sicilia
– ai francesi il Ducato di Milano

L'Italia è ormai occupata da spagnoli  e francesi

e così rimarrà fino al grande impero di Carlo V,

che estenderà il controllo spagnolo fino a Milano, strappandola ai francesi




La pace di Cateau-Cambrésis del 1559  definì gli accordi che posero fine alle guerre d'Italia tra la Francia e gli Asburgo di Spagna e Austria. 

Essa diede inizio al primato Asburgico in Europa, 
destinato a durare fino alla Pace di Vestfalia del 1648, 
e nella penisola Italiana

martedì 21 gennaio 2020

Liliana Segre nella Giornata della memoria: no all'odio e alla violenza


L'INCONTRO A SCUOLA CON PLACIDO SANGIORGIO

28 GENNAIO 2020








Milano, 20 gennaio 2020








"Liliana Segre ha parlato ieri  agli studenti di Milano e lo ha fatto insegnando loro il significato di parole come paura, disperazione, separazione, fame, ma soprattutto pietà. Quella che ha capito di provare quando, all'eta' di 60 anni, è diventata nonna. E insieme ad essa ha imparato il perdono, grazie a cui è diventata "una donna libera". E solo grazie a quella libertà, infine, è iniziato il suo lavoro di incommensurabile importanza come testimone degli orrori dei campi di sterminio nazifascisti dove fu deportata con il padre dal 1943 fino al giorno della liberazione il 27 gennaio del 1945. "Da nonna - ha detto durante il suo intervento - capii che io ero diversa dai miei carcerieri. Erano persone alle quali sin da bambini era stato insegnato l'odio nei confronti degli appartenenti alle cosiddette razze inferiori. Capii che ero più fortunata io ad essere vittima rispetto a loro che erano carnefici, imparai a provare pena per loro che non sarebbero stati nemmeno in grado di guardare in faccia i loro padri, io che il mio l'ho perso in quei campi. Solo allora capii che oro pronta a essere una testimone. E potevo esserlo solo senza le parole odio e vendetta".
Niente risentimenti quindi per "chi era capace di tutto perché si considerava superiore", così come oggi i bulli: "Sono loro che vanno curati - ha detto ancora Segre - non le loro vittime. La vittima è più forte del bullo ma deve trovare il coraggio di denunciare". 

Quindi un appello ai ragazzi, custodi della Memoria, ma non solo: "Voi siete fortissimi. Avete dalla vostra quella gioventù che nessuno vi ridarà più. Basta con questa storia che l'adolescenza va protetta e che dovete vivere in una teca, siete voi che dovete essere forti con i vostri genitori, non aggrappatevi a loro. I vostri genitori hanno i loro problemi, di lavoro, familiari. Siate voi un sostegno per loro". 

E ancora, "andate in quei luoghi dove l'orrore è accaduto davvero - ha detto Segre - e andateci senza mangiare a colazione, e senza coprirvi troppo. Solo per avere una lontanissima sensazione di quello che vivevamo noi ogni giorno. Recupererete a pranzo e vi coprirete una volta risaliti sul pullman". 

Infine la chiosa: "Molti ci chiedevano perché durante quei mesi tremendi non avevamo posto fine alle nostre agonie uccidendoci. Io rispondo sempre che a tenerci in vita era proprio il nostro amore per la vita. Anche se tanti mi augurano di morire presto, e vista la mia età so che questo accadà, io amo la vita e mi dispiace lasciarla" ha concluso Liliana Segre.


Siamo noi la sua scorta, tutta la scuola si onora di essere la scorta contro ogni rigurgito negazionista e fascista e contro ogni odio e nella difesa della Costituzione italiana, ha spiegato la ministra Azzolina, nel discorso di apertura dell’incontro riferendosi alla senatrice, a cui a novembre è stata assegnata la scorta.
“Nella storia di Italia c’è uno spartiacque: le leggi razziali del 1938. C’è un prima e un dopo, oggi l’Italia è un Paese che ripudia la guerra e la dittatura. Le leggi razziali furono leggi criminali, dopo quelle leggi fu l’abisso dei campi. Agli studenti e ai giovani dico: non sottovalutate mai la potenza dell’odio, imprimete nella mente le parole che ascolterete oggi e fatene un faro e una guida – ha aggiunto -. Dovete essere consapevoli, fieri e grati di essere qui oggi. Il pericolo dell’odio riemerge quando si usa un linguaggio aggressivo, anche sui social. 


LILIANA SEGRE PARLA AGLI STUDENTI
video
20 gennaio 2020

Liliana Segre parla all'Europarlamento il 29 gennaio 2020, 20'



martedì 7 gennaio 2020

archivi virtuali per la ricerca di emigrati in USA e AUSTRALIA



La ricerca degli immigrati negli Stati Uniti dal 1820 al 1957
può avvenire consultando l'archivio di ELLIS ISLAND 

In questo caso è necessario registrarsi (senza alcun costo o impegno) 
e poi procedere nella ricerca, inserendo il nome della persona che si cerca.

Il sito permette di conoscere:
data di arrivo, età, porto di partenza, nome della nave, lista d'imbarco
Le immagini sono scaricabili ( ma il più delle volte a pagamento)

schermata della pagina di ricerca nel sito Ellis Island


Anche il governo australiano ha di recente messo a disposizione degli utenti l'Archivio virtuale degli arrivi nel continente dal 1898 al 1972. La Banca dati rappresenta una straordinaria risorsa per ricostruire il movimento migratorio dalle varie parti del mondo ed acquisire documenti originali, altrimenti assai difficili da recuperare.

La ricerca è molto semplice e ricorda il procedimento già in uso nell'archivio degli Stati Uniti
www.ellisisland.org:


si inseriscono i dati anagrafici della persona che si cerca
si attende la risposta 
si seleziona tra omonimi
si scarica la lista d'imbarco originale



schermata della pagina di ricerca nel sito NAA

lunedì 16 dicembre 2019

la Francia rivoluzionaria nelle mappe

LA FRANCIA DAL 1789 AL 1799, video 3,39'


la mappa generale

di Deborah Spataro

Le province francesi nel 1789



la composizione sociale della Francia nel 1789
luoghi e tappe della rivoluzione


marzo 1793: in Vandea scoppia la controrivoluzione contadina,
appoggiata da nobili e preti refrattari e
alimentata da tutti gli oppositori della rivoluzione


L'IMPERO FRANCESE DI NAPOLEONE NEL 1806



venerdì 13 dicembre 2019

la strage di piazza Fontana


"Il 12 dicembre 1969 iniziò per l'Italia una sorta di oscuro, lento, ma comunque micidiale "11 settembre": incominciava cioè la strategia della tensione

Come si tende a fare con i brutti ricordi, si parla poco di quei fatti, ma la strategia della tensione, fatta di bombe nelle banche, di stragi di civili sui treni e nei comizi sindacali, appartiene alla nostra storia recente, e la conoscenza storica può aiutare a non essere più vittime di certe logiche politiche e di potere.



ROMA E MILANO: 5 BOMBE IN 53 MINUTI. Tutto ebbe inizio il 12 dicembre 1969 con le bombe all'Altare della Patria e nel sottopassaggio della Banca Nazionale del Lavoro a Roma, con alcuni feriti. E, in contemporanea, con la terribile bomba alla Banca Nazionale dell'Agricoltura, in Piazza Fontana, a Milano, che provocò 17 morti e 88 feriti, che mutò radicalmente il pensiero di molti verso le istituzioni del Paese.

Su questa strage sono stati celebrati dieci processi, con depistaggi, fughe all'estero di imputati, latitanze più che decennali, condanne, assoluzioni. Fino alla definitiva assoluzione dei presunti esecutori: Delfo Zorzi, Giancarlo Rognoni e Carlo Maria Maggi. «Ma non dell'area nazifascista che aveva organizzato la strage e di quella parte degli apparati dello Stato con loro collusa, per favorire, attraverso la paura, l'insediamento di un governo autoritario in Italia», afferma il giudice milanese Guido Salvini - che ha condotto l'istruttoria 1989-97 su Piazza Fontana sulla base della quale si sono avute la condanna degli imputati in primo grado (30 giugno 2001) e la loro assoluzione in appello (12 marzo 2004) con conferma dell'assoluzione in Cassazione (3 maggio 2005). 

                                                               Ecco la sua intervista a Focus Storia nel 2006:

12/12, Piazza Fontana: la prima pagina del Corriere della Sera il giorno dopo la strage, il 13 dicembre
12/12, Piazza Fontana: la prima pagina del Corriere della Sera il giorno dopo la strage, il 13 dicembre. | CORRIERE DELLA SERA
Giudice Salvini, nonostante non si sia arrivati alla definitiva condanna processuale di singole persone, Lei continua a essere un testimone della memoria storica su quei fatti. In che cosa consiste oggi questa memoria?
Tutte le sentenze su Piazza Fontana, anche quelle assolutorie, portano alla conclusione che fu una formazione di estrema destra, Ordine Nuovo, a organizzare gli attentati del 12 dicembre. Anche nei processi conclusi con sentenze di assoluzione per i singoli imputati è stato comunque ricostruito il vero movente delle bombe: spingere l'allora Presidente del Consiglio, il democristiano Mariano Rumor, a decretare lo stato di emergenza nel Paese, in modo da facilitare l'insediamento di un governo autoritario.


Come accertato anche dalla Commissione Parlamentare Stragi, erano state seriamente progettate in quegli anni, anche in concomitanza con la strage, delle ipotesi golpiste per frenare le conquiste sindacali e la crescita delle sinistre, viste come il "pericolo comunista", ma la risposta popolare rese improponibili quei piani. Il presidente Rumor, fra l'altro, non se la sentì di annunciare lo stato di emergenza. Il golpe venne rimandato di un anno, ma i referenti politico-militari favorevoli alla svolta autoritaria, preoccupati per le reazioni della società civile, scaricarono all'ultimo momento i nazifascisti. I quali continuarono per conto loro a compiere attentati. Cercarono anche di uccidere Mariano Rumor, con la bomba davanti alla Questura di Milano (4 morti e 45 feriti) del 17 maggio 1973, reclutando il terrorista Gianfranco Bertoli.


Perché non si è arrivati ad avere sufficienti prove sulle responsabilità personali nell'attentato di piazza Fontana?
L'assoluzione definitiva è stata pronunciata con una formula che giudica incompleto, ma non privo di valore, l'insieme delle prove raccolte. Sono esistiti in questa vicenda pesanti depistaggi da parte del mondo politico e dei servizi segreti del tempo. Però non è del tutto esatto che responsabilità personali non siano state comunque accertate nelle sentenze. Almeno un colpevole c'è, anche nella sentenza definitiva della Cassazione del 2005: si tratta di Carlo Digilio, l'esperto in armi e in esplosivi del gruppo veneto di Ordine Nuovo, reo confesso, che fornì l'esplosivo per la strage ed il quale ha anche ammesso di essere stato collegato ai servizi americani.


Digilio ha parlato a lungo delle attività eversive e della disponibilità di esplosivo del gruppo ordinovista di Venezia, di cui faceva parte Delfo Zorzi, assolto poi per la strage per incompletezza delle prove nei suoi confronti, in quanto la Corte non ha ritenuto sufficienti i riscontri di colpevolezza raggiunti. Né sono bastate le rivelazioni di Martino Siciliano, che aveva partecipato agli attentati preparatori del 12 dicembre insieme a quel gruppo, con lo scopo di creare disordine e far ricadere le accuse su elementi di sinistra. Ma nelle tre sentenze risultano confermate le responsabilità degli imputati storici di Piazza Fontana, pure loro di Ordine Nuovo: i padovani Franco Freda e Giovanni Ventura. Essi però, già condannati in primo grado nel processo di Catanzaro all'ergastolo, e poi assolti per insufficienza di prove nei gradi successivi, non erano più processabili. Perché in Italia, come in tutti i paesi civili, le sentenza definitive di assoluzione non sono più soggette a revisione.


Ci può spiegare meglio? Intende dire che Freda…
Sì, se Freda e Ventura fossero stati giudicati con gli elementi d'indagine arrivati purtroppo troppo tardi, quando loro non erano più processabili, sarebbero stati, come scrive la Cassazione, condannati.



Può fare un esempio?
L'elemento nuovo, storicamente determinante, sono state le testimonianze di Tullio Fabris, l'elettricista di Freda che fu coinvolto nell'acquisto dei timer usati il 12 dicembre per fare esplodere le bombe. La sua testimonianza venne acquisita solo nel 1995. Un ritardo decisivo e "provvidenziale" per gli imputati. Fabris nel 1995 descrisse minuziosamente come nello studio legale di Freda, presente Ventura, furono effettuate le prove di funzionamento dei timer poi usati come innesco per le bombe del 12 dicembre.



Le nuove indagini hanno anche esteso la conoscenze dei legami organici fra i nazifascisti, elementi dei Servizi Segreti militari e dell'Ufficio Affari Riservati del Ministero dell'Interno, diretto all'epoca da Federico Umberto D'Amato. E c'è di più: il senatore democristiano Paolo Emilio Taviani, in una sofferta testimonianza resa poco prima di morire e purtroppo non acquisita dalle Corti milanesi, ha raccontato di aver appreso che l'avvocato romano Matteo Fusco, agente del SID, il Servizio Informazioni della Difesa, il pomeriggio del 12 dicembre del 1969 era in procinto di partire da Fiumicino alla volta di Milano in quanto incaricato, seppure tardivamente, di impedire gli attentati che stavano per avere conseguenze più gravi di quelle previste. La missione, non riuscita, confermata dalla testimonianza della figlia ancora vivente dell'avvocato Fusco, che aveva ben presente il rammarico del padre negli anni per non avere potuto evitare la strage, indica ancora una volta che la campagna di terrore non fu solo il parto di un gruppetto di fanatici, ma che a Roma almeno una parte degli apparati istituzionali era a conoscenza della preparazione degli attentati e che cercò solo all'ultimo momento di ridurne gli effetti. Dopo l'esito tragico, si adoperarono per calare una cortina fumogena sulle responsabilità a livello più alto.



La frammentazione delle prove nei tanti processi ha favorito questa cortina fumogena?
Indubbiamente. Ma la ricostruzione dell'accusa, senza effetti, ripeto, su persone non più processabili, è che il gruppo di Freda acquistò valige fabbricate in Germania in un negozio di Padova e comprò i timer, di una precisa marca, che mise nelle valige insieme con l'esplosivo che probabilmente il gruppo veneziano disponeva di propri depositi. Alcune valige furono portate a Roma e consegnate agli esponenti di Avanguardia Nazionale che effettuarono gli "attentati minori". Altri militanti invece raggiunsero Milano con altre due valige esplosive, attesi dai referenti locali di Ordine nuovo. Una bomba alla Banca Commerciale di piazza della Scala non esplose, l'altra, alla banca dell'Agricolura, provocò la strage. Gli obiettivi di Roma e Milano potevano tutti essere interpretati in chiave anti-capitalista e antimilitarista in modo da fare ricadere la colpa sugli anarchici e più in generale sulla sinistra.



Tre giorni dopo la strage un anarchico, Giuseppe Pinelli, volò dal quarto piano della Questura di Milano. Un altro anarchico, Pietro Valpreda, fu incarcerato e indicato come il "mostro" nelle prime pagine dei quotidiani e nei telegiornali. Quando non si pensava nemmeno lontanamente a Internet un gruppo di giovani, in soli sei mesi, scambiandosi informazioni, mise in piedi una contro-inchiesta collettiva raccolta poi in un famoso libro, "La strage di Stato". Che valore ebbe questo loro impegno per le indagini giudiziarie successive?
Fu davvero profetico e quasi propedeutico rispetto agli accertamenti giudiziari avvenuti dopo. Soprattutto, ebbe il merito di smontare rapidamente la pista anarchica, fabbricata apposta da infiltrati di Ordine nuovo, di Avanguardia Nazionale e dei servizi segreti per depistare le indagini e mettere sotto accusa di fronte all'opinione pubblica gli anarchici e, per estensione, gli studenti contestatori e le forze di sinistra impegnate nelle lotte sindacali di quel periodo, preparando così il clima per la svolta autoritaria. Che non ci fu, anche perché la grande stampa, dopo un po', fece suoi molti temi di quel libro inchiesta.


Quali conclusioni si devono trarre da questa storia?
La strage di Piazza Fontana non è un mistero senza mandanti, un evento attribuibile a chiunque magari per pura speculazione politica. La strage fu opera della destra eversiva, anello finale di una serie di cerchi concentrici uniti se non proprio da un progetto, da un clima comune (come disse nel 1995, alla Commissione Parlamentare Stragi, anche Corrado Guerzoni, stretto collaboratore di Aldo Moro). Nei cerchi più esterni c'erano forze che contavano di divenire i "beneficiari" politici di simili tragici eventi. Completando la metafora, i cerchi più esterni, appartenenti anche alle Istituzioni di allora, diventarono subito una struttura addetta a coprire l'anello finale, cioè gli esecutori della strage quando il "beneficio" risultò impossibile poiché quanto avvenuto aveva provocato nel Paese una risposta ben diversa da quella immaginata: non di sola paura, ma di giustizia e di mobilitazione contro piani antidemocratici.



L'anniversario di quei tragici eventi del 12 dicembre 1969 non è solamente "amarezza" o sdegno per la strage e ciò che ne è seguito: è anche un insegnamento per le giovani generazioni, perché la memoria serve anche a ridurre il rischio che simili trame e sofferenze possano nel futuro ripetersi". 




 LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA nella cronaca, di Giorgio Bocca



mercoledì 9 ottobre 2019

sulla BREXIT







                                                                    le premesse della Brexit:





Matteo La Rosa, classer 4 A
presenta:











sabato 5 ottobre 2019

dalle carte costituzionali inglesi



analisi della Magna Charta, Petition of Right, Bill of rights

da parte della classe 4 A










Ines Rapisarda      Marina Cozzubbo
Alessandro Rollo  Maria Rita Puccio
Dennis Impieri      Sveva Scandurra