sabato 8 marzo 2014

essere donne nel 1799 a Napoli

post di Caterina Calabrese
classe 4 H


Eleonora Pimentel De Fonseca

La bella Eleonora Fonseca,  la quale riunì alle grazie di Saffo 
la filosofia di Platone,  stimata dal Voltaire e dai letterati del tempo, vive e vivrà eternamente;  morirono per sempre i Borbone di Napoli. 
(Mariano D'Ayala)

Una donna coraggiosa, fortificata dalle sofferenze di una vita di coppia infernale, un figlio mancato, un qualche amore impossibile serbato nel cuore, 
una donna a cui quella vita non diede modo di realizzare i desideri più dolci, 
ma le concesse di morire libera e sola, nella sua individualità di donna fuori da quel tempo. 
(Tratto dall’articolo di Antonella Orefice)


Una vita piena, vibrante, percorsa con passo fermo senza mai retrocedere, inseguendo ideali che la
trasformarono da semplice donna intellettuale ad eroina della Rivoluzione Partenopea del 1799 e giornalista e direttrice di indiscusso talento. Così, in sintesi, si potrebbe riassumere la vita di Eleonora Fonseca Pimentel, personaggio del XVII secolo, la cui intelligenza ed estro rimangono nella storia.

A darle i natali nel 1752 fu Roma, dove nacque, in via di Ripetta, dai portoghesi Clemente e Caterina Lopez per poi trasferirsi nel 1760 da Roma a Napoli, al tempo della massima tensione tra la corte di Lisbona e la Curia romana, causata dall'espulsione della Compagnia di Gesù dal Portogallo e dalle colonie, l'ambasciatore portoghese a Roma, al fine di evitare qualsiasi atto di ritorsione, ordinava a tutti i sudditi della Corona di lasciare entro tre mesi i territori dello Stato della Chiesa. Sotto la guida dello zio, l’abate Lopez, la futura rivoluzionaria studiò greco, latino, matematica, fisica, chimica, botanica, mineralogia, astronomia, economia e diritto pubblico. Studi che sarebbero sfociati in opere, traduzioni e dissertazioni in cui già faceva capolino la concezione dello Stato di Eleonora, con idee decisamente in controtendenza per l’epoca riguarda al suo fondamento e fine.

Nel 1778 sposò un generale dell’esercito napoletano, Pasquale Tria De Solis. Ma il matrimonio fu presto rovinato dalla violenza del marito, il quale, tra l’altro, le procurò un aborto per percosse e nel giugno del 1779 perde il figlio Francesco di appena otto mesi, per lui scrisse cinque sonetti, pervasi di disperato amore materno. Nel 1786 si arrivò così alla separazione (il marito sarebbe poi morto nel febbraio 1795).

 Figlio, tu regni in cielo, io qui men resto
Misera, afflitta, e di te orba e priva..
Figlio, mio caro figlio, ahi! l'ora è questa
ch'io soleva amorosa a te girarmi,
e dolcemente tu solei mirarmi
a me chinando la vezzosa testa.
Del  tuo ristoro indi ansiosa e presta
i' ti cibava; e tu parevi alzarmi
la tenerella mano, e i primi darmi
pegni d'amor: memoria al cor funesta!



Fino all’inizio circa della Rivoluzione Francese, Eleonora mantenne ottimi rapporti con i sovrani di Napoli. Da un lato, la poetessa  componeva per loro poesie, odi e sonetti, dall’altro Ferdinando IV sapute le ristrettezze economiche della poetessa, legate alla separazione del marito, le aveva procurato un sussidio mensile, facendola figurare come bibliotecaria della regina Maria Carolina, alla quale era molto legata.
In onore del matrimonio scrive Il tempio della gloria e  per la nascita del loro primo figlio maschio, La nascita  di Orfeo.

 Ma con lo scoppio della rivoluzione francese, i re decisero di mutare la loro politica, mettendo un freno al movimento delle riforme e intraprendendo la via della reazione. Eleonora non chinò il capo ma, invece, si gettò nell’impegno politico per la libertà e il miglioramento delle condizioni di vita delle classi disagiate. Insomma, passò all’opposizione diventando una fervente giacobina, tanto è che arrivò al punto di introdurre durante un ricevimento a Corte alcune copie in italiano del testo della Costituzione approvato dall’Assemblea francese.

Nel 1792, quando i francesi giunsero a Napoli con una flotta per ottenere il riconoscimento della Repubblica francese, Eleonora venne invitata tra gli ospiti e finì sui registri della polizia borbonica. Nel 1798 venne perquisita la sua abitazione, nella quale vennero rinvenute della copie dell’Encyclopèdie di Diderot, che ne causarono l’arresto.

Nel 1799, anno della Rivoluzione Partenopea, i Lazzaroni insorsero e aprirono le porte della carceri dalle quali, insieme ai prigionieri politici, uscirono anche delinquenti comuni e prigionieri politici. Volle allora cancellare dal suo cognome il "de" nobiliare e divenne una protagonista della vita politica della Repubblica Napoletana (della quale salutò l'avvento scrivendo l'Inno alla Libertà).



"Ed Eleonora  che scossa e concitata dagli straordinari avvenimenti, aveva composto in Sant'Elmo un Inno alla libertà, lo declamò tra gli applausi, ripetendo tutti a coro le strofe di odio ai re e di giuramento alla Libertà".
 ( Benedetto Croce).   

Riacquistata così la libertà,  entrò, insieme ad altri giacobini, nel Comitato Centrale. Il Comitato decise di fare pressione sul generale Championnet perché affrettasse la sua avanzata su Napoli, anche per arrestare il dilagare dell’anarchia tra la plebe.

Il 20 gennaio di quell’anno, la Pimentel, alla testa di molte donne, entrò nel castello di San Elmo. Due giorni dopo i patrioti piantarono l’albero della libertà e dichiararono decaduta la dinastia borbonica, proclamando la Repubblica Napoletana “sotto la protezione della grande nazione francese”.

 Ma a Fonseca Pimentel va anche il merito di aver creato un giornale portavoce ufficiale del Governo Provvisorio ma allo stesso tempo indipendente. Si trattava del ‘Monitore Napoletano’, giornale al centro della stampa democratico –giacobina – che ebbe vita breve, dal febbraio all’agosto 1799, ma intensa. Eleonora, anima del giornale, riuscì ad affiancare alla linea di sostegno al Governo anche una linea critica nei giudizi e propositiva.

Nei suoi articoli di fondo, traspariva la preoccupazione di coinvolgere le classi umili di Napoli e della campagna, fino ad allora avverse alla Repubblica. Proprio per questo esortava a fare dei periodici scritti in dialetto, cercando quel ponte linguistico che potesse avvicinare a loro.

Ecco il ritratto del Monitore fatto da Benedetto Croce: “ Non distrazioni, non discorsi di letteratura o astratte discettazioni. Il Monitore va rapido e diritto, tutto assorto nelle questioni essenziali ed esistenziali che si affollarono in quei pochi mesi, i quali per intensità di vita valsero parecchi anni. E in esso ritroviamo le fuggevoli gioie, le ansie sempre rinnovate, i propositi e le aspettazioni dei patrioti napoletani, espressi con la parola della loro virile compagna, con la forma e il colorito individuale che prendevano nell’animo di lei.  


                                Il primo numero delMonitore Napolitano,uscito il 2 febbraio 1799.

Nel maggio del 1799 l’esercito francese si allontanò da Napoli per andare nell’Italia settentrionale. I patrioti rimasero in balia di se stessi. Sono quelli i giorni in cui dal Monitore Fonseca Pimentel esorta a non disperare e rivela il suo desiderio di realizzare l’unità d’Italia. Ma da lì a breve le truppe del Cardinale Ruffo, inviate dai Borbone, a riconquistare Napoli arrivarono alle porte della città. La giornalista si rifugiò a Sant’Elmo e finì nelle liste dei capitolati per i quali era garantito l’espatrio.

Con la fine della Repubblica venne arrestata e il 20 agosto venne impiccata con l’accusa di avere parlato e scritto contro il re violando la capitolazione. Prima di salire sul patibolo, sembra che la rivoluzionaria abbia bevuto il caffè e pronunciato il famoso verso di Virgilio:  
“"Forsan et haec olim meminisse juvabit" (Forse un giorno gioverà ricordare tutto questo).

Sembra che il popolo abbia cercato, invano, di convincere la donna a gridare "Viva il re". Degli otto condannati, la Pimentel fu l'ultima e, prima di porgere il collo al boia, salutò i suoi compagni già morti. Il corpo della Pimentel fu sepolto, nei pressi del luogo dell'esecuzione in Piazza Mercato, nella chiesa di S. Maria di Costantinopoli, nella Sala del Capitolo Maggiore.

Ma, prima della sepoltura, il cadavere venne, per una giornata intera, lasciato penzoloni, a ludibrio del popolo. Fu questa l'ultima ed atroce offesa recata ad una delle donne più intelligenti, vive e colte del XVIII secolo.



“La penna, è stato forse questo l’unico dono concessole, la penna, l’unica arma che lei seppe usare alla stregua di una spada per sedare la sofferenza di un figlio morto, a difesa ed esaltazione della causa rivoluzionaria.
Ma non sono solo gli scritti di Eleonora che ora ci restano per ricordarla, è il suo esempio di vita, il coraggio con cui si aggrappò a quello che alla fine fu il suo unico e vero bene: la libertà”

Cinematografia

Il resto di niente di Antonietta De Lillo, 2004

La regista napoletana Antonietta De Lillo dirige Il resto di niente, un film capace di descrivere gli umori e le filosofie della sua città in un'epoca di fortissimo cambiamento.
La storia è quella di Eleonora Pimentel De Fonseca (Maria De Medeiros), nobildonna nata nel 1752 a Roma. Di origine portoghese, si trasferisce nel capoluogo campano con la famiglia, vivendo i primi anni della propria vita fra cultura e poesia.
Il fallimento del matrimonio di interesse con il Conte De Solis, seduttore e repressore, rinforza il desiderio di Eleonora di immergersi nella poesia che personalmente scrive, e frequentare i circoli letterari dell'epoca, che per primi diffondevano le teorie liberiste francesi in opposizione all'idea di monarchia. Questo idealismo, che abbraccia con convinzione, la conduce a essere considerata reazionaria, e a essere imprigionata dal regime.

Bibliografia

Benedetto Croce, Eleonora de Fonseca Pimentel, Roma, Tipografia Nazionale, 1887
Mario Forgione, Eleonora Pimentel Fonseca, Roma, Newton & Compton, 1999
Bice Gurgo, Eleonora Fonseca Pimentel, Napoli, Cooperativa Libreria, 1935
Maria Antonietta Macciocchi, Cara Eleonora, Milano, Rizzoli, 1993
Elena Urgnani, La Vicenda Letteraria e Politica di Eleonora de Fonseca Pimentel, Napoli, La Città del Sole, 1998
Enzo Striano, Il resto di niente. Storia di Eleonora de Fonseca Pimentel e della rivoluzione napoletana del 1799, Napoli, Loffredo, 1986; Napoli, Avagliano, 1999; Milano, Rizzoli, 2001, 2004
Nico Perrone, La Loggia della Philantropia, Palermo, Sellerio, 2006 ISBN 88-389-2141-5
Teresa Santos - Sara Marques Pereira (ed.), Leonor da Fonseca Pimentel. A Portuguesa de Nápoles (1752-1799), "Actas do colóquio realizado no bicentenário da morte de Leonor da Fonseca Pimentel", Lisbona, Horizonte, 2001
Maria Rosaria Pelizzari, Eleonora de Fonseca Pimentel: morire per la rivoluzione, Storia delle Donne 4/2008 - «Correrò questo rischio» Sacrificio, sfida, resistenza (Abstract PDF)
Cinzia Cassani, «FONSECA PIMENTEL, Eleonora de», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani, (on line)

giovedì 27 febbraio 2014

Le tracce della storia a Bronte


post di Gaetano Nicotra
classe 4 L


 La Ducea Nelson

Il castello o Ducea Nelson sorge a circa 13 km da Bronte. Venne donato dal re Ferdinando lV di Borbone, re delle due Sicilie, all’ammiraglio Horatio Nelson per i servigi resi nel soffocare la rivoluzione napoletana del 1799. L’ammiraglio non visitò mai queste terre però rispettava il dono ricevuto, infatti fino alla fine dei suoi giorni amò firmarsi come Nelson-Bronte.

Alla morte dell’ammiraglio (1805) il feudo venne affidato a procuratori inviati dall’Inghilterra e dal 1836 fu frequentato più o meno stabilmente dai discendenti dell’ammiraglio fino a circa tre decenni fa.
Nel 1981 diventa proprietario del castello il comune di Bronte.

Inizialmente il castello era un’abbazia fortificata voluta dalla regina Margherita di Navarra, madre di Guglielmo II Buono. Da questa abbazia sono passati abati illustri come i cardinale Rodrigo Borgia, poi papa Alessandro IV. L’edificio subì diversi crolli e fu quasi distrutto dal terremoto del 1693.




Una curiosità:

Charlotte, Emily e Anne Brontë,  tre sorelle inglesi scrittrici vissute in età vittoriana, conobbero il successo soprattutto postume con tre diversi romanzi che sono considerati dei capolavori indiscussi a livello mondiale.



THE ORIGINS OF BRONTE SISTERS’ NAME

a cura di Rosita Russo, classe 4 L

 

Brontë sisters’ father was named Patrick Brontë, he was born in Northern Ireland. At the origins, his name was Brunty or Prunty, but there isn’t a regularised spelling due to the illiteracy of that period. The Brontë family can trace own origins to the Irish clan Ó Pronntaigh, which literally means 'grandson of Pronntach'. Ó Pronntaigh was earlier anglicised as Prunty and sometimes Brunty.
Patrick changed from Brunty to Bronte for some reasons:
-           when he was an undergraduate at Cambridge, he spelled his name 'Brontë with two dots over the 'e' to mark the fact that it was pronounced as a separate syllable.
-           It is thought he used this spelling because of the Greek word “bronte” which means 'thunder'
-           He chose this name in honour of the Admiral Nelson. Indeed, thanks to Nelson’s support, the king of Naples was restored to the throne, so the king granted to the Admiral an Italian estate called Bronte, close to Mount Etna, and the title of Duke of Bronte.

 Sitografia:
What are the origins of the Brontë name? http://www.bronte.org.uk/faqs





Intervento di Nelson nella rivoluzione napoletana (1799)

Dopo la presa della città di Napoli, avvenuta il 23 Gennaio del 1799 dal generale francese Championnet, vi  è un vivace periodo politico nella capitale con la creazione della Repubblica partenopea. Ma il 7 Febbraio dello stesso anno sulle coste calabresi sbarca il cardinale Fabrizio Ruffo, che mobilitando i contadini a ribellarsi ai francesi, costituisce l’esercito della Santa Fede (sanfedista). Approfittando della ritirata delle truppe francesi, a causa della vittoria dell’esercito austro-russo in Lombardia,  Ruffo marcia verso Napoli con il suo esercito e con l’appoggio della flotta inglese comandata da Nelson  il 13 Giugno del 1799 sconfigge i repubblicani e punisce duramente i patrioti che si erano battuti per la repubblica. Saranno 120 le condanne a morte, tra queste quella decisa per  Eleonora Pimentel de Fonseca, grande e coraggiosa  intellettuale promotrice dell'esperienza repubblicana. 
Iniziava così, tra passione politica e repressione durissima,  il nostro Risorgimento.

LA CONTROVERSA FIGURA DI  LADY HAMILTON
 


Nei giorni che seguirono la fine della Repubblica Napoletana si dice che la moglie di sir William Hamilton,  lady Hamilton, abbia usato la propria influenza su Nelson per convincerlo a non accettare la capitolazione negoziata dal cardinale Ruffo con i repubblicani, e ad annullare i loro salvacondotti. A seguito di questa decisione furono giustiziati i 120 nobili ed intellettuali  napoletani.





La struttura del castello di Bronte

Il complesso di Ducea è articolato su pianta anulare a perimetro quadrangolare con edifici con una e due elevazioni. L’insieme nella sua semplicità ha un aspetto maestoso. Per due cancellate si accede al porticato d’ingresso e quindi ad un primo cortile dove è ubicata la croce in pietra lavica eretta in memoria di Orazio Nelson. Lateralmente a destra si accede alla chiesa tardo-normanna di Santa Maria ed al cortile quadrato. Sulla sinistra vi erano gli appartamenti signorili dei Nelson, ora adibiti a museo. All’esterno del complesso sono visibili i resti di due torrette che facevano parte del sistema difensivo dell’abbazia. Con accesso dal primo cortile e possibile visitare il giardino inglese voluto dai Nelson, il giardino è ricreato con molta cura, con un formale labirinto e con piante secolari locali e esotiche. Vicino al castello in epoca successiva, nel 1898, venne edificato il cimitero riservato alla famiglia Nelson, al suo interno vi sono sepolti otto corpi. Oltre a quelli dei duchi e di nobili inglesi vi è la tomba del poeta inglese William Sharp.


martedì 25 febbraio 2014

VITA DA FRONTALIERE



Ogni giorno 60mila italiani superano la dogana per andare a lavorare in Svizzera. Oltre confine gli alti stipendi hanno fatto la fortuna di molti connazionali e hanno attirato nel tempo nuovi lavoratori.  Ma oltre alla manodopera è aumentato l'astio degli svizzeri fino ad approvare un referendum che limita la libera circolazione dei cittadini europei e fa infuriare Bruxelles. Il referendum con cui gli svizzeri hanno bocciato la libertà di immigrazione degli altri europei nella Confederazione lasciava al governo di Berna tre anni di tempo per dare attuazione a un sistema di quote che tutelasse gli interessi economici del Paese. Questo in teoria avrebbe dovuto consentire di aprire negoziati con l'Unione europea e trovare una soluzione che permettesse di evitare ritorsioni da parte di Bruxelles. 

Ma tanti sono i nodi al pettine, come evidenzia il dossier







lunedì 27 gennaio 2014

sulla necessità della memoria


 post di Irene Franco
 

Eric J. Hobsbawm, nella prefazione al suo saggio "Il secolo breve", scrive:
«Per il poeta Thomas Stearns Elliot "il mondo finisce in questo modo: non con il
rumore di un'esplosione, ma con un fastidioso piagnisteo". Il Secolo breve è finito in
tutti e due i modi. »
In questo saggio, lo storico britannico Eric Hobsbawm conduce un'approfondita
analisi delle vicende storiche del XX sec., che rinomina "Secolo breve". Il
Novecento fu, difatti, un secolo denso di grandi avvenimenti: guerre, rivoluzioni,
persecuzioni, movimenti di emancipazione femminile, nascita dei sindacati a
tutela dei diritti dei lavoratori. Accanto alla crescita culturare, ai progressi in
campo tecnico-scientifico si collocano eventi tragici, dopo i quali, si dice,
con un'espressione ormai cristallizzata, il mondo non fu più lo stesso.

La violenza, una violenza persecutrice, folle, ma fondata al contempo su un
lucido progetto, fu la direttrice su cui si mossero gli anni peggiori di questo secolo,
che tutto il mondo ricorda tristemente: gli anni Trenta e Quaranta del Novecento.
Questi anni non segnano la nascita dell'antisemitismo, che ha origini religiose molto
più antiche, ma un tipo più specifico di antisemitismo, di tipo razziale, che sprigiona
tutti i suoi caratteri nella parola tedesca 'Judenhass', 'odio per gli ebrei'. Se una sola
parola riesce a evocare tanto odio, a raccontare per intero un capitolo così crudo e nero
della storia dell'Umanità, vale la pena di riflettere su quanto e come un concetto
primordiale come il Male sia stato presente in questa porzione di secolo.

Hannah Arendt (1906-1975), una grande filosofa e teorica della politica, tedesca di
origini ebraiche e quindi vittima in prima persona della furia nazista, presentò un concetto
interessante: la banalità del male. Secondo la Arendt, un nucleo di malvagità fu
ovviamente presente nelle vicende storiche qui trattate. Tuttavia, esso non è semplice-
mente relativo ad una follia individuale e collettiva di quel determinato periodo storico
e nemmeno caratterizza l'umanità intera come irrimediabilmente malvagia. E', piuttosto,
il frutto di quella che la filosofa definì la "terrificante normalità umana". Nel suo libro
"La banalità del male", che scrisse nel 1963, in occasione del processo contro il
criminale nazista Eichmann, Hannah Arendt rifiuta il concetto di male radicale,
sostenendo quello di male banale. Il male, cioè, muove da cause banali, infondate,
gratuite, ma la sua esistenza non prova affatto la presenza di un qualche elemento
malvagio irrimediabilmente insito e fisso nella natura umana.

Ho voluto citare la teoria di Hannah Arendt per la sua profondità e originalità.
Tuttavia, ciò che apprezzo e ammiro maggiormente del pensiero di questa donna è
l'ottimismo di fondo che lo caratterizza, nonostante esso venga alla luce soltanto alla
fine, quando Hannah non condanna l'umanità intera e le accorda, anzi, piena fiducia.
Quella stessa umanità di cui, comunque, furono privi i suoi
persecutori.

domenica 26 gennaio 2014

Per non dimenticare: la strage di Marzabotto




Fin dal mese di agosto del 1944, dopo la liberazione di Firenze, l'esercito alleato e l'esercito nazista si fronteggiano sulla linea gotica (da Massa e Carrara, sopra Livorno, fino a Pesaro sull’Adriatico).
L'area di Monte Sole (Bologna),  con gli attuali comuni di Marzabotto, Monzuno e Grizzana, costituisce l'immediata retroguardia difensiva dell'esercito nazista. In questa area si è costituita fin dall'ottobre 1943 una brigata partigiana, la "Stella Rossa", fondata da elementi locali e composta da persone di differente matrici politiche e culturali.

Dopo il massacro di civili compiuto a Sant'Anna di Stazzema (400 civili uccisi nelle loro case e nel villaggio) compiuto dalle SS il 12 agosto 1944 (successivo a sua volta all’eccidio delle Fosse Ardeatine con 335 vittime il 24 marzo 1944), gli eccidi nazifascisti ai danni delle popolazioni lungo la linea gotica hanno un momentaneo arresto. Il maresciallo Albert Kesserling, comandante della cosiddetta "campagna d'Italia" contro gli alleati, continua però, anche nei mesi successivi, ad avere l'incubo di quei ribelli italiani che, saliti in montagna dapprima con mezzi di fortuna, stanno di fatto tenendo in scacco il grande esercito tedesco all'interno dei confini della Repubblica di Salò: comanda alle truppe di lasciare "terra bruciata" alle proprie spalle e, quando viene informato che a Marzabotto e nei comuni limitrofi la divisione partigiana Stella Rossa continua a mietere vittime e ad operare sabotaggi, ordina la rappresaglia.

L’interesse dei tedeschi per l’altopiano di Monte Sole cresce in proporzione all’avanzata degli Alleati. Fino all’agosto (ovvero sostanzialmente fino alla liberazione di Firenze) il nemico si trova ancora in una zona relativamente lontana, ma dopo lo sfondamento delle difese lungo l’Appennino tosco-emiliano, nell’agosto-settembre 1944, l’area di Monte Sole è  l’ultimo ostacolo naturale prima di Bologna e la prospettiva peggiore per i tedeschi è di rimanere imprigionati in un duplice attacco partigiano e alleato. In questo mutato contesto strategico, per preparare la difesa e un’eventuale ritirata, i tedeschi hanno bisogno di eliminare qualsiasi ostacolo all’esercizio della loro autorità. La soluzione più drastica e brutale viene adottata: spazzare via da Monte Sole ogni forma di resistenza, eliminare definitivamente le condizioni per la sopravvivenza della Stella Rossa facendo tabula rasa di uomini e cose.

L’operazione contro la Stella Rossa, brigata partigiana,  di cui è responsabile il maggiore delle SS Walter Reder, scatta all’alba del 29 settembre 1944. Nella frazione di Casaglia di Monte Sole, la popolazione atterrita si rifugiò nella chiesa di Santa Maria Assunta, raccogliendosi in preghiera. Irruppero i tedeschi, uccidendo con una raffica di mitragliatrice il sacerdote, don Ubaldo Marchioni, e tre anziani. Le altre persone, raccolte nel cimitero, furono mitragliate: 195 vittime, di 28 famiglie diverse tra le quali 50 bambini. Fu l’inizio della strage. I reparti delle SS e della Wehrmacht, danno inizio ad un violento rastrellamento accompagnato da eccidi, razzie e incendi. I tedeschi impiegano almeno 1500 uomini armati di mitra, mortai, lanciafiamme, cannoni; i partigiani in quel momento sono circa 500 e dispongono di un equipaggiamento del tutto inferiore a quello tedesco, da tempo non ricevono più aiuti dagli Alleati e non dispongono di armi pesanti.

La Stella Rossa, accerchiata, tenta di respingere il nemico con cui si scontra a Cadotto, ai piedi di Monte Sole e Monte Caprara, su Monte Salvaro e in altre località, ma la differenza fra le forze in campo è tale che lo scontro è insostenibile. Nei vari assalti perdono la vita numerosi partigiani fra cui lo stesso comandante Mario Musolesi, 29 anni. La morte di Musolesi, la violenza con cui i tedeschi si scagliano contro tutto e contro tutti, la sproporzione di mezzi, determinano lo sbandamento della Stella Rossa e il suo successivo scioglimento: gruppi di partigiani passano il fronte e si uniscono agli Alleati oppure raggiungono altre formazioni partigiane; non mancano definitivi abbandoni della lotta armata. Anche i civili vengono colti di sorpresa. Alle prime avvisaglie del rastrellamento gli uomini abili si rifugiano nei boschi, per non correre il rischio di essere uccisi o catturati per i lavori forzati. Gli altri abitanti di Monte Sole che nutrono l’errata speranza che contro donne, vecchi e bambini i tedeschi non infieriranno, si raccolgono invece nei luoghi apparentemente più sicuri: le chiese, i rifugi antiaerei, le stesse abitazioni. Il rastrellamento si rivela di una brutalità che va oltre ogni aspettativa: fra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944 vengono massacrate 770 persone, nei modi più violenti e brutali, nelle case, nei luoghi di culto, nei rifugi, in decine e decine di località. Diverse testimonianze raccontano della presenza di fascisti insieme ai tedeschi. Le uccisioni continuano anche dopo quei giorni infernali e alla fine della guerra i comuni di Marzabotto, Monzuno e Grizzana contano 955 uccisi per mano dei nazifascisti. Di questi 216 sono i bambini, 316 le donne, 142 gli anziani, cinque i sacerdoti. A questo tragico bilancio di morte vanno sommati anche i caduti per cause varie di guerra, 721 nei tre comuni. Sono uomini, donne e fanciulli morti nei bombardamenti, al fronte, nei campi di prigionia, per malattie legate allo stato di guerra e per lo scoppio di mine che continuano a seminare morte persino dopo la cessazione del conflitto. Infatti prima di andarsene il maggiore Reder fece disseminare il territorio di mine che continuarono a uccidere fino al 1966 altre 55 persone

Al termine della rappresaglia si contano, in tutta la zona del Monte Sole, circa 1830 morti, mentre pochissimi sono i sopravvissuti, che sono riusciti a nascondersi, o che sono rimasti per giorni sepolti sotto i corpi dei propri vicini, dei propri familiari.
Tra i caduti, 95 hanno meno di 16 anni, 110 ne hanno meno di 10, e 45 meno di due anni; la vittima più giovane si chiama Walter Cardi, e aveva appena due settimane.
Al termine della guerra il maggiore Reder fuggirà in Baviera, dove verrà catturato dagli americani: sarà estradato in Italia e, nel 1951, verrà condannato all'ergastolo. Nel 1985 verrà graziato, grazie all'intercessione del governo austriaco, e si trasferirà in Austria, dove morirà senza aver mai mostrato alcun segno di rimorso.

Rimarrà comunque in ombra, in sede processuale, il ruolo di decine e decine di ufficiali e soldati delle SS, i veri e propri esecutori della strage, seppur l'identità di una parte dei responsabili sarà nota alla magistratura, che spesso deciderà di non dar seguito all'azione penale per motivi di opportunità politica internazionale.
Nel 1961 verrà edificato un sacrario, che raccoglie i corpi di 782 delle vittime della strage.



 dal film 

L'UOMO CHE VERRA'
di Giorgio Diritti, 2010



IL FILM L'UOMO CHE VERRA' SARA' PROIETTATO A GIARRE IL 27 GENNAIO
GIORNATA DELLA MEMORIA

PRESSO IL CINECIRCOLO DELL'ASSOCIAZIONE L'AGORA'

VIA CAROLINA 192

ORE 18,00

INGRESSO LIBERO PER GLI STUDENTI 


approfondimenti sulle persecuzioni naziste nel sito

ANED

sabato 18 gennaio 2014

due costituzioni a confronto


Con la Costituzione del 1787 nascono gli Stati Uniti d'America.
Il testo viene considerato il primo successo degli ideali illuministici e certamente ispirò anche le carte costituzionali successive dei paesi europei.
Proviamo a confrontare la Costituzione Statunitense e quelle Italiana, ben più tardiva (1948) in merito alla separazione dei poteri, alle funzioni del Congresso e del Parlamento, al ruolo e potere del Presidente della Repubblica.

Un confronto senz'altro utile a capire meglio l'odierna dialettica politica, economica e diplomatica internazionale.






Vi racconto la mia storia





Sami e gli studenti del Liceo Leonardo al Centro Astalli di Catania






Mi chiamo Sami, ho ventitré anni. 
Quattro di questi li ho vissuti in carcere. Spaccio, questa era l’accusa. Ma io in vita mia non ho mai spacciato niente. L’unico errore che ho commesso è stato portare un po’ troppo fumo addosso. Mi hanno condannato a sei anni di reclusione, io non ne avevo nemmeno diciassette, ero un ragazzino "normale" che va incontro a conseguenze troppo gravi  rispetto ad un’azione commessa. “Normale”, almeno così mi consideravo.
E’ una storia particolare la mia, sono quello che si può definire un “incrocio”. I miei genitori sono in Italia da trent’anni. Mia madre viene dall’Eritrea, faceva parte di un movimento di resistenza alla dittatura, aveva solo quattordici anni quando è scappata per rivendicare la sua libertà. Mio padre è etiope. Figlio del male, mi definiscono. Nato dall’unione di due paesi per anni in guerra tra di loro. Nel migliore dei casi, sono considerato semplicemente uno dei tanti “marocchini” che si incontrano in giro per Catania. Ho un fratello ed una sorella, la mia famiglia è splendida e non mi fa mancare nulla. Grazie a loro sono riuscito ad ottenere una modifica della pena e sono stato affidato in prova ai servizi sociali, da allora collaboro con il Centro Astalli. Da quando sono qui sono entrato a contatto con realtà atroci, ho guardato negli occhi ragazzi appena ventenni e ci ho trovato il vuoto, la distruzione che procura una vita senza speranze, senza aspettative.  Ragazzi profondamente innamorati della propria terra, costretti a scappare per amore della  vita, se così si può definire. Sono i cosiddetti “migranti per costrizione”. C’è un’enorme parte di Africa martoriata da guerre continue, laghi di sangue che non attirano l’attenzione solo perché le terre sono talmente povere da non consentire un business, veri e propri inferni in terra. Dittature sanguinose che reprimono le popolazioni con la più totale violenza, trattando gli esseri umani come fossero nulla. Queste sono le storie che mi raccontano qui, che ritrovo nei gesti schivi e negli occhi spaventati. Nelle menti segnate per sempre da dolori inimmaginabili. Qui facciamo il meglio che possiamo, diamo vitto e alloggio, alfabetizziamo ed aiutiamo i migranti ad avanzare le richieste per il loro asilo politico. Non è una cosa facile, affatto. Il più delle volte inserire in una comunità un immigrato è quasi impossibile. “Tornatevene al vostro paese”, ecco il pensiero cardine. E io sono sicuro che gran parte di queste persone ci sarebbero rimaste pure al loro paese, se avesse consentito loro di condurre una vita dignitosa. Perché non vai tu?, si potrebbe rispondere. Perché non provi sulla tua pelle le atrocità con cui bisogna, se si riesce, convivere? Non dureresti un giorno. Eppure sempre tutti lì, tutti pronti a puntare il dito e giudicare, perché in Italia si sta male e noi rubiamo il lavoro. Noi. Noi che ci basterebbe un pasto al giorno e la speranza per stare bene. Ma cibo al nostro paese ce n’è poco, e speranza ancora meno. 

Io sono nato qui, mi sento italiano tanto quanto qualsiasi altro cittadino, ma nel corso della mia vita mi sono reso conto di come esistano due tipi di razzismo. Uno è quello per ignoranza, per ingenuità. Sono stato spesso chiamato “marocchino”, ma mi è bastato spiegare per vedere sparire dal volto di chi mi aveva chiamato così qualsiasi traccia di riserva nei miei confronti. Poi c’è il razzismo per scelta. Il più aberrante, il più perverso. Vedo ogni giorno gente che mi guarda con diffidenza e parla dietro le mani, che punta il dito e mi odia per il colore della mia pelle. Ma perché odiarmi? Mi odi per la mia povertà? Ah no, giusto. Mi odi perché noi immigrati siamo sempre delinquenti, rubiamo e uccidiamo, non è così? E’ per questo che vengo odiato, perché l’ignoranza arrogante delle persone  porta a fare di tutta l’erba un fascio. Ma ho imparato a non curarmene, me l’ha insegnato mamma. Lei non riesce quasi a guardare la televisione, ogni volta che sente parlare di barconi carichi di eritrei che arrivano qui, quasi piange. Quando è partita dal nostro paese, faceva parte di un gruppo di ribelli formato da 180 persone, adesso ne sono sopravvissute solamente 18. E’ una sconfitta per lei sapere di aver lasciato per sempre la sua terra senza essere riuscita a cambiare le cose come avrebbe voluto. Però la speranza e la forza gliele leggo negli occhi, è una donna fortissima mia madre. La vedo forte ogni volta che ferma qualcuno come noi, un immigrato, per strada e parla con lui come se fosse suo fratello, il suo migliore amico. Chiede il nome, com’è arrivato qui e da dove viene. Poi sorride a tutti. Perché lei le conosce le loro storie, in fondo sono tutte simili alle sue. Sa cosa si prova a partire senza nulla addosso, a scappare via da un paese che ti schiaccia, che ti fa desiderare di morire la mattina appena apri gli occhi. 

La gente pensa che lottare per quello in cui si crede sia inutile, tanto poi non cambia niente. Io non la vedo così. io credo che se bisogna aspettare che siano gli altri a fare qualcosa, potremo morire nell’attesa. Credo che bisogna guardare a se stessi, partire da se stessi. Una cosa che ho imparato da quando frequento il centro è che un giorno di volontariato a me non costa nulla, non faccio nulla di assurdo o esageratamente pesante, ma mi fa andare a letto con la sensazione di essere stato utile, di servire a qualcosa. Mi fa andare a letto con il sorriso e la voglia di rifarlo ancora. 

Fa nascere in me una speranza, una speranza che ritrovo nei sorrisi dei volontari che lavorano con me, una speranza che cerchiamo tutti di trasmettere giorno per giorno a chi ormai non ne ha più.

ricostruzione a cura di Maria Pia Astuto
classe 4 H