domenica 22 febbraio 2015

immagini del terrore



I miliziani dell'IS mostrano 21 peshmerga curdi chiusi in gabbia come animali e destinati alla morte.
Le gabbie attraversano Kirkuk, una città dell'Iraq, con un chiaro messaggio intimidatorio.

ECCO IL NUOVO TERRORE, CHE PROPONE UNA ULTERIORE DISUMANIZZAZIONE DELL'UOMO. COME SI PUO' DARE SOSTEGNO A FOLLIE DEL GENERE?


sabato 21 febbraio 2015

L' ISIS, lo stato islamico del terrore

 post di Silvia Alfonso, classe 5 H


L’Isis è lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, spesso abbreviato in Is, ed è un gruppo terroristico di natura jihadista guidato da  Al Baghdadi.



COME NASCE - Fondato da Abu Musab al Zarqawi, il movimento inizia ad operare con una serie di attentati nel 2003, dopo l’invasione americana dell’Iraq. Un anno dopo viene sancita l’affiliazione ad al Qaeda, tanto che il gruppo prende il nome di Aqi, al Qaeda in Iraq. Dopo l’uccisione di al Zarqawi nel 2006 dai bombardamenti americani la leadership passa nelle mani di Abu Omar al Baghdadi e – dopo la sua morte, nel 2010 – da Abu Bakr al Baghdadi. Nel 2013, il gruppo rinasce come Isis, vedendo nella guerra siriana la possibilità di espandersi nel Levante e rifondare il Califfato. Nel febbraio del 2014 si consuma la rottura con Al Qaeda quando al Baghdadi disobbedisce ad al Zawahiri sull’opportunità di lasciare la Siria ad al Nusra. Fu la prima volta che un leader di un gruppo affiliato ad al Qaeda disubbidiva pubblicamente
Lo scopo dell’Isis: è la creazione di un Califfato nei territori conquistati dai militanti dello Stato Islamico in Siria e Iraq: i jihadisti impongono qui la Sharia, ovvero la legge islamica. al Baghdadi ha annunciato la nascita del Califfato, autoproclamandosi Califfo, nel giugno 2014. Le basi sono state fondate nel 2012, quando al Baghdadi sostiene la nascita in Siria di Jabat al Nusra, una falange qaedista che come scopo aveva l’idea di rinnovare la strategia di al Qaeda imparando dagli errori commessi in Iraq. La rete dell’Isis però si è espansa al di fuori dei “confini” dell’autoproclamato “Califfato”: essendo l’organizzazione terroristica più ricca di sempre, grazie anche al pagamento dei riscatti e a un forte finanziamento che deriva dalle casse dello Stato Islamico. L’avanzata dell’Is continua in Iraq e al momento è quasi arrivata a Baghdad. Intanto, sono almeno tremila gli occidentali “reclutati” grazie al web e convinti a unirsi alla guerra.Ma questo è soltanto uno dei loro obiettivi, perchè in realtà vogliono anche combattere i propri nemici: i musulmani e gli sciiti. Alcune delle violenze atroci che abbiamo visto nei telegiornali sono destinate ai civili sciiti: quest'ultimi infatti cercano di fuggire nei territori vicini conquistati dagli jihadisti. Anche i cristiani rimasti in Iraq non sono ben visti dall'ISIS. Una delle conquiste che ha permesso all'ISIS di rafforzarsi è stata quella della città di Mosul.


COME SI FINANZIA: Secondo fonti anonime dell’intelligence degli Stati Uniti, l’Isis guadagnerebbe più di 3 milioni di dollari al giorno. Inizialmente sembra che i proventi derivassero soprattutto da donazioni dei ricchi emirati feudali del Golfo, che tuttavia ultimamente si sarebbero tirati indietro. Sul territorio, lo Stato islamico organizza una sorta di riscossione delle tasse. Inoltre l’Isis lucrerebbe sul traffico di esseri umani, sul contrabbando e addirittura c’è chi parla di traffico d’organi e pornografia. Ma è soprattutto il pertrolio la loro fonte economica privilegiata. L’Isis controllerebbe 11 pozzi petroliferi sui territori di Iraq e Siria e l’oro nero sarebbe venduto attraverso vecchie reti commerciali. In Siria, per un certo periodo, rivendette l’energia elettrica allo Stato dopo aver sequestrato una centrale. Dalla sola area di Mosul, e in particolare dal controllo della più grande diga irachena, l’Isis starebbe ricavando 8 milioni di dollari al mese. A differenza di altri gruppi islamisti che combattono in Siria, l’ISIS non dipende per la sua sopravvivenza da aiuti di paesi stranieri, perché nel territorio che controlla di fatto ha istituito un mini-stato che è grande approssimativamente come il Belgio: ha organizzato una raccolta di soldi che può essere paragonata al pagamento delle tasse e ha cominciato a vendere l’elettricità al governo siriano a cui aveva precedentemente conquistato le centrali elettriche. I soldi raccolti li usa, tra le altre cose, per gli stipendi dei suoi miliziani, che sono meglio pagati dei ribelli siriani moderati o dei militari professionisti, sia iracheni che siriani: questo gli permette di beneficiare di una migliore coesione interna rispetto a qualsiasi suo nemico statale o non-statale che sia.

QUAL E' IL LORO OBIETTIVO: Il loro principale obiettivo è quello di creare uno stato islamico sunnita nelle regioni dell'Iraq e della Siria , ma  in realtà vogliono anche combattere i propri nemici: i musulmani e gli sciiti. Alcune delle violenze atroci che abbiamo visto nei telegiornali sono destinate ai civili sciiti: quest'ultimi infatti cercano di fuggire nei territori vicini conquistati dagli jihadisti. Anche i cristiani rimasti in Iraq non sono ben visti dall'ISIS. Una delle conquiste che ha permesso all'ISIS di rafforzarsi è stata quella della città di Mosul.
Gli ultimi attacchi dell'ISIS si sono rivolti alla Libia.

MALCOM X E MARTHIN LUTHER KING

Malcolm X, nato Malcolm Little, anche noto come Detroit Red, El-Hajj Malik El-Shabazz e Omowale (Omaha, 19 maggio 1925 – New York, 21 febbraio 1965), è stato un attivista statunitense a favore dei diritti degli afroamericani e dei diritti umani in genere. Fu assassinato a New York il primo giorno della Settimana Nazionale della Fratellanza per mano di membri dell'organizzazione di cui era stato portavoce, la Nation of Islam.

È considerato uno dei più grandi, ma anche controversi, capofila afroamericani del XX secolo Alla fine di una lunga evoluzione del suo pensiero sostenne che la religione islamica era capace di abbattere ogni barriera razziale e ogni forma di discriminazione.

Cinquanta anni fa, il 21 febbraio del 1965, veniva ucciso dai fanatici del movimento che rappresentava (portavoce dei neri di religione islamica)


Il video sottostante mette a confronto le due grandi personalità del Novecento che hanno lottato per i diritti degli afroamericani: Malcom X e Marthin Luther King



Storicamente, agli schiavi neri negli Stati Uniti d'America veniva assegnato il cognome dei loro padroni. Sebbene Malcom non fosse figlio di schiavi, l'origine del suo cognome di nascita era riconducibile ai padroni presso cui avevano servito un tempo i suoi antenati. La scelta di "X" come cognome volle dunque rappresentare il rifiuto di accettare questo legame anagrafico con i padroni di un tempo.

giovedì 19 febbraio 2015

La Questione Irlandese

post di Salvatore Zumbo, classe 5 L


I problemi tra Irlanda e Inghilterra hanno radici profonde e hanno le loro origini sia nella storia che nella religione.


Nella storia perché l’Irlanda fu colonizzata dall’Inghilterra nel XIII secolo. Nella religione perché la colonizzazione inglese vi portò una nuova religione: gli Irlandesi avevano origini Celtiche e quindi erano Cattolici, mentre gli Inglesi erano Protestanti.

Gli Inglesi introdussero il Feudalesimo in Irlanda e obbligarono gli Irlandesi a lavorare la terra come contadini e servitori. Solamente una piccola parte del raccolto rimaneva agli Irlandesi , con cui dovevano vivere nelle più povere condizioni.

Nei secoli seguenti gli Inglesi Protestanti tentarono di sottomette gli Irlandesi Cattolici. Nel XVI secolo, due Atti furono passati dal Parlamento inglese: il primo stabiliva che il Parlamento Irlandese poteva riunirsi solamente sotto il consenso del Re Inglese; il secondo, invece, stabiliva che ogni atto approvato dal Parlamento inglese doveva essere applicato anche in Irlanda.

Nel XVII secolo, gli Inglesi Protestanti si stabilirono nel Nord-Est dell’Irlanda, nella regione chiamata Ulster, che includeva sei contee.
Nel 1689, Giacomo II ( un re cattolico della dinastia Stuart) offrì il suo aiuto ai Cattolici irlandesi concedendogli un'armata in Irlanda. Comunque gli Inglesi Protestanti potevano contare sull’aiuto di Guglielmo d’Orange (della dinastia Hannover) e , quindi, vinsero la Battaglia del Boyne (1690). Da quel momento in poi gli Irlandesi Protestanti furono chiamati ORANGEMEN.

La Gran Bretagnia diede del filo da torcere all’economia Irlandese, proibendo all’Irlanda di produrre beni e materie prime. Nello stesso tempo gli Irlandesi continuavano a chiedere l’indipendenza: alcuni gruppi rivoluzionari reclamavano il totale distacco politico; mentre altri, moderati, chiedevano una piena autonomia in campo politico, fiscale e religioso.
Nel 1801, l’ Act of Union, emanato da Regina Anna d’Hannover, stabiliva che l’Irlanda diveniva parte del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda. Questo significava, inoltre, che la Chiesa Anglicana diveniva la chiesa ufficiale dell’Irlanda e che i Cattolici non potevano presiedere in Parlamento, nonostante l’88% della popolazione fosse cattolica.
Nel 1829, l’Inghilterra per paura dello scoppio di una guerra civile fece passare il Catholic Emancipation Act il quale dava ai Cattolici il diritto al voto. 

Nel tempo gli Inglesi erano divenuti ricchi proprietari terrieri, mentre gli Irlandesi si erano ritrovati sempre più poveri, costretti a vivere solo di patate. Così nel 1845-46 il fallimento del raccolto di patate portò a una grande carestia: gli Irlandesi accusarono gli Inglesi del disastro e si chiese in Parlamento il miglioramento delle condizioni irlandesi. Il governo Gladstone (1880-86) accolse la richiesta di Charles Parnell, deputato irlandese al Parlamento di Londra e principale esponente del movimento nazionalista irlandese per l’autogoverno: nel 1881 vennero migliorate le condizioni dei fittavoli irlandesi e nel 1886 venne presentato il disegno di legge per l’Home Rule (governo autonomo)

I due provvedimenti vennero respinti e nel 1905, fu fondato da Parnell un Home Rule Party (un partito a favore dell’autogoverno), composto da nazionalisti cattolici irlandesi, risoluti a conquistare l’indipendenza dall’Inghilterra. Il partito prese il nome di Sinn Fèin, espressione celtica che significa “noi stessi da soli”

Le tensioni continuarono attraverso gli anni e nel 1914 al governo di Dublino fu dato il pieno controllo eccetto sui problemi esteri e costituzionali. Comunque, con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, l’Inghilterra postpose la risoluzione dei problemi irlandesi e fu accettato che nel mentre le ostilità fossero state sospese; ma nell’Aprile del 1916 a Dublino un gruppo di estremi nazionalisti del Sinn Féin organizzò una rivolta. La rivolta fu repressa dall’armata Britannica: 450 persone morirono e oltre 3,000 furono feriti. I ribelli furono giustiziati. La rivolta passò alla storia con il nome di Insurrezione di Pasqua o “Pasqua di sangue”, la quale è fortemente celebrata dalle Comunità di cattolici nazionalisti.

Alla fine della Prima Guerra Mondiale la questione ritornò a galla. Una figura chiave fu quella del leader del Sinn Fèin: Eamon de Valera. Tra il 1919 e il 1921, i nazionalisti organizzarono la loro propria armata chiamata I.R.A. (Esercito Repubblicano Irlandese), che utilizzò le tattiche della guerriglia nel conflitto contro gli inglesi, che divenne con il tempo molto violento. L’armata fu riconosciuta dal Dàil Éreann, un’assemblea eletta, che aveva riconosciuto in precedenza la Repubblica Irlandese.

Nel 1921, la Gran Bretagna propose un trattato ai ribelli che consisteva nel dividere l’Irlanda in due:
  1. L’Ulster Era concesso un limitato autogoverno, un Parlamento separato a Belfast ma che rimaneva legato alla Bretagna. Questa parte era per lo più popolata da Protestanti.
  2. Lo Stato Libero d’Irlanda Si governava da solo, ma restava sotto il controllo Britannico.

Il fondatore dell IRA, Michael Collins, e altri membri erano a favore del trattato, ma molti erano contrari, tanto che nel 1922-23 scoppiò una guerra civile che fu prontamente sedata dall’armata britannica. L' IRA depose temporanemente le proprie armi, ma non le proprie intenzioni.
Nel 1937 lo Stato libero d’Irlanda fu rinominato EIRE, nome Gaelico per Irlanda.
Nel 1949, l’ultimo legame con la Bretagna fu rotto e l’Irlanda divenne una Repubblica.

martedì 17 febbraio 2015

la Libia dalla caduta di Gheddafi all'avanzata dell'Is

A quattro anni dalla rivolta contro il dittatore Muammar Gheddafi (2011), le speranze della 'primavera libica' si sono spente tra la violenza delle milizie e l'indifferenza dell'Occidente, lasciando il terreno ai jihadisti dell'Is.


L'ex 'regno' di Gheddafi è in balia di una situazione esplosiva che ha generato due parlamenti e due governi: da un parte il primo ministro Abdullah al-Thani e il suo nuovo, e più "laico", governo riconosciuto dalla comunità internazionale costituito a giuno 2014. Un esecutivo, tuttavia, trasferito a Tobruk, ai confini con l'Egitto, a 1.300 chilometri da Tripoli, per ragioni di sicurezza. E che non controlla neanche alcune città circostanti. A meno di due ore la città di Derna è stata proclamata Califfato dagli estremisti di Ansar al-Sharia, che non ha esitato a dichiarare l'alleanza con l'Is. Più a Sud, Bengasi è teatro di una guerra aperta tra milizie islamiche e forze governative. Quanto alla Tripolitania, da più di tre mesi è in mano a una coalizione islamista composta da più anime. Dalle milizie di Misurata, che guidano l'alleanza Fajr Libia, e che l'hanno strappata alle milizie di Zintan, e dagli onorevoli della Fratellanza musulmana. Nella capitale Tripoli, le milizie filo-islamiche di Fajr Libya hanno preso il sopravvento nell'estate 2014, imponendo un governo 'parallelo' -  non riconosciuto dalla comunità internazionale - guidato da Omar al Hassi, che si stabilisce nell'hotel Corinthia.
                                                      Ecco una breve cronologia dei fatti

17 FEBBRAIO 2011 - Alcune migliaia di persone scendono in piazza a Bengasi, il 15 febbraio, nell'anniversario del massacro nel carcere di Abu Slim di Tripoli del 1996. Due giorni dopo le proteste si allargano ad altre città e sull'onda delle rivolte arabe di quei mesi prende il via la 'Rivoluzione del 17 febbraio' contro il colonnello.
19 MARZO 2011 - La Francia avvia i primi raid aerei contro le truppe di Gheddafi che minacciano la popolazione civile di Bengasi, decisi in base a una risoluzione Onu. Il 31 marzo  la Nato prende la guida dell'operazione cui partecipa anche l'Italia.
23 AGOSTO 2011 - A Tripoli il quartier generale di Gheddafi cade nelle mani dei ribelli. Il rais è in fuga, verrà ucciso il 20 ottobre a Sirte. Il Consiglio nazionale transitorio dichiara la "liberazione" della Libia.
7 LUGLIO 2012 - Prime elezioni libere nel Paese, dopo 42 anni di dittatura, per il Congresso nazionale. Vince l'Alleanza delle forze nazionali dei moderati laici di Mahmoud Jibril, ma il Paese è già in preda alle violenze delle milizie, ex ribelli che non hanno ceduto le armi dopo la caduta del regime. In Cirenaica si rafforzano le spinte autonomiste.
11 SETTEMBRE 2012 - Il consolato Usa a Bengasi viene attaccato dal gruppo qaedista Ansar al Sharia. Muoiono l'ambasciatore Chris Stevens e altri tre americani.
12 GENNAIO 2013 - Il console italiano a Bengasi, Guido De Sanctis, scampa a un agguato. La sede diplomatica chiude i battenti. Nei mesi successivi altre ambasciate occidentali verranno prese di mira. L'11 giugno un ordigno esplode sotto un'auto dell'ambasciata italiana a Tripoli, senza provocare vittime.
APRILE-MAGGIO 2013 - Intanto a Tripoli miliziani armati assaltano e assediano diversi ministeri (Giustizia, Esteri e Interno). Il governo di Ali Zeidan (eletto dall'Assemblea nazionale nell'ottobre 2012) vacilla e solo dopo giorni di trattative i miliziani tolgono l'assedio.
5 OTTOBRE 2013 - Con un blitz degli Usa viene catturato a Tripoli Abu Anas al Liby, uomo di al Qaeda considerato la mente degli attentati alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania del 1998 (morirà per malattia in carcere negli Stati Uniti nel gennaio 2015). L'operazione scatena polemiche e proteste in Libia, sfociate con un breve 'sequestro' del premier Zeidan.
18 MAGGIO 2014 - L'ex generale Khalifa Haftar dà il via "all'operazione dignità" contro le milizie islamiche a Bengasi. Prima accusato di 'colpo di Stato', verrà nei mesi successivi 'riassorbito' nelle forze armate regolari contro i jihadisti.
25 GIUGNO 2014 - Viene eletto il nuovo parlamento, la Camera dei Rappresentanti, che prende il posto del Congresso nazionale.
13 LUGLIO 2014 - Scoppia la guerra tra le milizie di Zintan e quelle filo-islamiche di Misurata per il controllo di Tripoli.
LUGLIO-AGOSTO 2014 - Scatta la grande evacuazione degli occidentali, italiani compresi. Per motivi di sicurezza, il nuovo parlamento e il governo di Abdullah al Thani, riconosciuto dalla comunità internazionale, sono costretti a insediarsi a Tobruk, in Cirenaica. Nonostante i raid condotti da Egitto ed Emirati arabi, le milizie filo-islamiche di Fajr Libya prendono il sopravvento nella capitale imponendo un governo 'parallelo' -  non riconosciuto dalla comunità internazionale - guidato da Omar al Hassi vicino ai Fratelli musulmani. Di fatto il Paese è spaccato in due. Intanto parte da Derna, a est, che ha giurato fedeltà al 'califfo' Abu Bakr al Baghdadi, l'avanzata dell'Is in Libia che ha raggiunto nei giorni scorsi Tripoli e Sirte.
27 GENNAIO 2015. A Tripoli quattro terroristi attaccano l'hotel Corinthia, il più lussuoso della capitale libica, che ospita il governo "parallelo" di Omar al Hassi oltre a diplomatici e lavoratori stranieri. Almeno 12 le vittime.

                                                                                      (a cura di Monica Rubino, da Repubblica.it)



analisi di Bernardo Valli


ADERISCI ALL'APPELLO:
NO AD UNA SECONDA GUERRA IN LIBIA 

mercoledì 11 febbraio 2015

le foibe, un tragedia troppo a lungo ignorata

Settembre 1943 – Febbraio 1947: il calvario degli italiani di Istria e Dalmazia, uccisi a migliaia dalle truppe comuniste di Tito nelle cavità carsiche: le foibe.
Una tragedia ripercorsa, nel "Giorno del ricordo", dal professor Raoul Pupo raccontando non solo la storia delle deportazioni e delle stragi, ma anche il dramma di centinaia di migliaia di esuli costretti a lasciare le terre dei propri padri.
Comincia tutto all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre: la penisola istriana finisce sotto il controllo del Movimento di Liberazione jugoslavo guidato da Tito.
In un mese le foibe si riempiono dei corpi di almeno 500 italiani. Diventeranno alcune migliaia al termine della seconda guerra mondiale, quando gli jugoslavi occupano la Venezia Giulia e cominciano le deportazioni. Nel 1947, poi, il Trattato di Pace di Parigi impone il passaggio di Zara, Fiume e di gran parte dell’Istria alla Jugoslavia. È l’inizio di un esodo doloroso per circa 300 mila italiani.
Su tutto, però, cala il silenzio. Fino agli anni ’90, con la caduta del Muro di Berlino e la crisi jugoslava. 




VIDEO RAITRE
45'

con Raoul Pupo
di Pierluigi Tiriticco

domenica 8 febbraio 2015

il rischio di una nuova guerra mondiale

La situazione internazionale è molto tesa e tutti gli organismi diplomatici sono in fibrillazione nel timore di non farcela ad evitare un nuovo devastante conflitto mondiale. 

Ecco i contesti caldi che rappresentano, ciascuno con i suoi motivi ed insieme per gli equilibri generali, i focolai della crisi.

Primo fronte, quello caldo dove si combatte con le armi, è l'Ucraina. Putin ha reagito alla defenestrazione degli ucraini filorussi dal governo e alla svolta 'a destra' di Kiev riprendendosi la Crimea (russa dal Settecento e 'regalata' a Kiev da Kruscev) e aiutando i ribelli filorussi in Ucraina orientale. Dopo anni in cui ha cercato di 'imporre' l'influenza russa (la Rus' di Kiev è la culla della Russia per i nazionalisti) attraverso i leader locali filorussi - sempre di volta in volta caduti - si è probabilmente stufato degli intermediari e ha voluto agire direttamente. In Crimea tutto facile, era già una repubblica autonoma, gli ucraini pochi e le truppe di Mosca già presenti (è sede della flotta russa del Mar Nero fin dai tempi sovietici). Più complicata la situazione in Ucraina orientale, dove le province a maggioranza russa si sono sollevate (con il sostegno di Mosca) ma Kiev ha reagito militarmente.


Da anni Putin lavorava al ritorno della Russia nell'ex spazio sovietico e il ruolo crescente della Russia come fornitore di energia (gas e petrolio, che passano dall'Ucraina per andare in Europa) dei paesi europei (in particolare la Germania, ma non solo) gli dava una forte arma negoziale nei confronti  dell'Europa. Poi forse contava sull'incertezza mostrata da Obama in politica estera, ora con un Congresso pienamente controllato dai repubblicani. Probabilmente sperava che finisse come con la guerra in Georgia
Ha sbagliato i conti. Gli Stati Uniti non gliela stanno facendo passare liscia. Per la Casa Bianca ha superato il limite. Per Washington è anche l'occasione per cercare di rompere l'asse energetico e politico di Eurussia.

Il secondo fronte: le sanzioni. La Nato è mobilitata nell'impedire ulteriori trasgressioni russe e a tranquillizzare Polonia e Baltici che temono l'espansionismo russo. L'arma usata da Washington non è militare ma economica. In primo luogo le sanzioni economiche a cui si sono dovuti allineare anche i riottosi europei che sarebbero pronti a sacrificare l'Ucraina per l'energia russa ma non possono entrare così apertamente in conflitto con gli Stati Uniti e gli europei orientali. Cruciale è il ruolo della Merkel che in queste ore è in Russia con Hollande per cercare una mediazione con Putin.

Il terzo fronte: il petrolio. Ma la vera arma economica non sono le sanzioni. E' il prezzo del petrolio. Qui interviene l'Arabia Saudita, che tenendo alta la produzione di greggio ha provocato il crollo del prezzo da 100 a 50 dollari. Per Putin è un colpo mortale. La crescita politica ed economica della Russia sotto la sua leadership è stata possibile grazie all'alto prezzo del petrolio di questi anni. La vendita di gas e petrolio è l'asset principale dell'economia russa. Quanto reggerà la Russia in queste condizioni? Già molti degli oligarchi diventati ricchi grazie a Putin lo stanno abbandonando, anche se non apertamente: hanno spostato i capitali in Svizzera e altri paradisi fiscali contribuendo alla crisi del rublo.
Con questa mossa Ryad (Arabia Saudita) ha preso tre piccioni con una fava. Ha colpito la Russia Putin (che è un concorrente energetico ma anche nell'asia centrale islamica) ha danneggiato l'arcinemico iraniano che si è permesso di "aizzare' le minoranze sciite nel Golfo persico, e ha reso meno conveniente usare le nuove tecniche di estrazione del greggio degli Usa che stanno per rendere autosufficiente la potenza americana in campo petrolifero. Qui il campo si complica. Gli Stati Uniti stanno cercando il riavvicinamento con l'Iran e la mossa dell'alleato saudita non aiuta in questo campo. Allo stesso tempo danneggia la produzione di energia interna. Fino a quando Obama, presidente in uscita, resisterà alle pressioni? Fino a quando gli interessi antirussi americani prevarranno?

Tensione mondiale. Da non dimenticare infatti il ruolo della Cina, che ne sta approfittando per ottenere dalla Russia maggiori forniture energetiche. Della Turchia, che ha sostituito l'Europa come sbocco del gasdotto ex southstream. Infine c'è la novità della Grecia di Tsipras che messa alle strette dalla trojka europea minaccia di mettere in discussione la settantennale scelta atlantica e di aiutare la Russia rompendo il fronte delle sanzioni europee.